domenica 16 febbraio 2025

Si Può Perdere Davvero Ciò Che Non Si Possiede?

Qualche giorno fa, leggevo una frase sublime di Pablo Neruda che mi è risuonata in testa per ore. 

La frase è questa:

"Dalla vita non pretendo molto. Mi basta sapere che ho tentato di fare tutto quello che ho voluto, che ho avuto quel che ho potuto, che ho amato ciò che valeva la pena e che ho perso solamente quel che mai fu mio."

Tanta umiltà e tanto coraggio in queste affermazioni toccanti. Il riconoscersi piccoli di fronte all'immane forza della vita e al proprio volere, il fatto di destinare il proprio amore soltanto a ciò che vale la pena, e soprattutto il senso della perdita e del possesso che mi hanno indotto a più di una riflessione e a una domanda:

"Cosa posso dire di possedere veramente, tanto da rischiare di perderlo?" 

È una domanda apparentemente banale ma in realtà molto profonda, che va a toccare aspetti filosofici, spirituali e anche psicologici. 

Letteralmente il "possesso" è una sorta di potere che permette di disporre di qualcosa liberamente e di goderne i frutti, anche a prescindere dalla proprietà. 

Riguardo alla materialità, posso dire allora di possedere oggetti, beni, denaro, ma a pensarci bene, tutto questo non è qualcosa di cui possa necessariamente disporre indefinitamente, nel senso che non mi appartiene tanto da far parte di me, semplicemente perché si tratta di cose effimere, possono essere perse, rubate, consumate o superate dal tempo. Sono cose tutto sommato in prestito, di passaggio. Oggi ci sono, domani chissà. Anche se se ne potrebbe godere per un discreto lasso di tempo. 

Se vado oltre, posso dire di possedere la mia esperienza, i miei ricordi, le mie conoscenze e le competenze che ho  sviluppato e che continuo a sviluppare. Sono cose sicuramente più difficili da portare via a chiunque le abbia, e spesso accompagnano le persone per tutta la vita e mi piace tra l'altro vederle come doni. 

Ma scavando ancora più a fondo, mi accorgo che nemmeno queste cose immateriali sono del tutto mie, perché la memoria potrebbe svanire e le competenze sono qualcosa di caduco perché col tempo si potrebbero atrofizzare. Assurdo, ma anche queste, pur considerandole doni, sono in essenza qualcosa da prendere come transitorio, perché non è detto che io possa goderne sempre a mio piacimento. Anche queste quindi oggi ci sono, domani chissà. 

Cosa è del tutto mio allora che io possa dire a ragione di poter perdere?

Mi viene da dire tra le cose che non ho più vicino a me, le persone amate, i momenti e le emozioni meravigliose trascorse con amore, ma benché doni, non ho avuto mai in realtà nulla di tutto questo che fosse veramente e concretamente mio. 

Nessuna persona amata, in quanto dotata di libero arbitrio e libera di scegliere, per quanto dono meraviglioso, avrebbe mai potuto essere mia, né le emozioni che è stata in grado di donarmi, tutt'al più sempre vive nella memoria e nei ricordi che purtroppo ancora potrei perdere. 

Nulla posso, né ho mai potuto dire sia stato mio del tutto, e nulla mi appartiene, né mi è mai appartenuto. 

E la mia capacità di scegliere? 

Quella si, potrebbe essere mia, ma poi penso che è un dono anche quella, qualcosa di potente ma flebile, perché la mia libertà di scelta può essere persa per via di qualcosa che mi costringe o mi priva della libertà o della salute, e avrei dei limiti tali da non poter più decidere io del mio futuro e del mio comportamento. Forse è bene considerare di passaggio anche questa. 

Forse, l’unica cosa che possiedo e che posso temere di perdere davvero è sì, la mia capacità di scegliere, ma intesa non in senso generale, bensì esclusivamente come mio modo di essere qui, ora, nella mia condizione presente, cioè come ciò che scelgo di fare, il modo in cui vivo ogni istante e come decido di rispondere a ciò che mi accade. Questo forse è ciò che mi appartiene davvero, perché mi definisce, e denota la mia identità, unica e irripetibile in tutto l'universo e mi appartiene senza ombra di dubbi. 

C'è un solo Stefano che reagisce come reagisco io a ciò che gli succede, magari sbagliando, ma che vive, risponde, respira e ama esattamente come me. 

In definitiva, forse ciò che possiedo davvero è solo la mia identità, il mio atteggiamento, la mia coscienza nel momento presente, sempre frutto di esperienza. Tutto il resto ahimè diventa un dono in prestito, di passaggio, che pur avendo un senso e un grande valore per la mia crescita, non mi appartiene, e può svanire da un momento all'altro, persone, cose belle, bellissime e meravigliose comprese. 

Nulla mi appartiene se non l'identità che vive nel mio atteggiamento ora

Riformulo la domanda, allora:

Cos'è quindi quel qualcosa che posso perdere veramente nella vita se in definitiva non ho mai posseduto e non possiedo nulla?

La risposta è "nulla", se accetto questa prospettiva fino in fondo. Ogni cosa è un dono di passaggio nella vita. 

Posso accettarlo? 

Oggettivamente si, ma dubito sia facile per tutti accettare questo punto di vista. 

Il fatto è che la realtà umana è più complessa: sento, percepisco, immagino e penso; è questo il lato umano che frega me e tutte le persone: i sentimenti ed il pensiero. 

E come uomo, pur non possedendo nulla, sento e immagino di perdere cose, persone, opportunità, anche se questo non è realmente vero, anche se questi sono solo accadimenti di passaggio lungo il viaggio della vita. 

Sento di perdere il tempo, che scorre inesorabile. 

Sento di perdere la mia autenticità in quei momenti in cui la sacrifico per compiacere altri. 

Sento di perdere la mia capacità di sentire e di essere presente, se annego nella distrazione o in qualche automatismo che mi fa dimenticare le cose più importanti e la mia identità. 

Sento di perdere relazioni, per distanza, per incomprensioni anche oltre le mie responsabilità e per mille altri cavilli della vita fatti di condizionamenti atavici o di risparmi emotivi spesso fuori dal controllo. 

Sento che perdo parte di me nei cambiamenti della vita, e sento che la perdita più profonda e che induce paura, è forse proprio quella di me stesso, quando ad esempio indugio smarrito nell'ansia di un futuro incerto o nel rimpianto del passato, nella malinconia di chi era capace quanto e più di me di farmi sentire chi sono. 

Ma se questo sono io che sento e non possiedo nulla per davvero, la vera perdita è allora solo la dimenticanza di ciò che sono qui e ora. Tutto il resto, ahimè, è solo un’illusione che cambia continuamente forma.

Se rileggo la frase di Neruda in questa luce, mi sembra costruita sopra un paradosso: parla di perdere solo ciò che non è mai stato mio, ma se nulla è mai stato veramente mio, allora cosa posso dire di aver perso? 

Forse, Neruda esprime un'idea più emotiva che filosofica, più legata a una verità umana e ai sentimenti che si provano. 

Dicendo "ciò che ho perso non è mai stato veramente mio" esprime forse un senso di mancanza, di qualcosa di prezioso che ha attraversato la sua vita, illuminandola e donando senso all'esistenza, ma che per la caducità e la temporaneità delle cose, non è riuscito a trattenere, o non è potuta restare nella sua vita. 

Può riferirsi a illusioni, desideri irraggiungibili, persone che si volevano vicine ma che per mille motivi non potevano esserlo. 

Se estendo ancora il ragionamento, la frase perde senso perché presuppone una distinzione tra ciò che era "mio", o credevo lo fosse, e ciò che invece non lo era, ma sapendo che nulla è davvero mio, io mi azzarderei a riformularla così:

"Dalla vita non pretendo nulla, perché nulla mi appartiene davvero. Mi basta sapere di aver vissuto ogni istante con presenza, di aver amato senza voler possedere, di aver lasciato andare senza rimpianto, anche se non senza dolore."

Forse, più che parlare di perdita, parlerei di lasciar fluire. In fondo, tutto ciò che chiamo e ho mai chiamato "mio", persone, esperienze, emozioni, pur se un dono, è solo un passaggio, un prestito temporaneo, non un possesso, qualcosa di assai prezioso come la vita che può svanire da un momento all'altro. Oggi c'è, domani chissà. 

Allora potrei dire che la vera saggezza non sta nel trattenere, ma nel lasciar scorrere. Non nel possedere, ma nell’essere presenti. 

Se nulla è mio, allora nulla può essere perso. E se nulla può essere perso, allora posso vivere senza paura, senza attaccamento, senza rimpianto. È questo in fondo il grande peso della libertà. 

Forse è proprio questo il punto: non perdere nulla non significa non avere avuto nulla, ma che nulla mi appartiene e che tutto è di passaggio e ogni cosa, benché possa lambire più o meno a lungo la mia vita come un'onda, è caduca e temporanea a questo mondo. Oggi c'è, domani non ne posso essere sicuro. 

Non perdere nulla, visto che non ho nulla, forse significa vivere ogni cosa a pieno, senza paura di lasciarla andare liberamente a sé, apprezzandone e vivendone a pieno tutta la sua autenticità, il suo valore e la sua bellezza, amandola con tutta l'anima ed il cuore per quanto possibile e ringraziando per ogni istante sacro in cui mi è stato fatto il dono di viverla. 

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