sabato 24 giugno 2023

Elogio alla Lentezza

C'è un'origine affascinante dietro la parola "lentezza": molti dizionari ravvisano un'origine comune fra questa e il verbo lenire. 
Lenire ha a che fare con la cura: si leniscono le ferite con un po' di cotone, si lenisce un dolore ascoltando una bella musica, delle labbra dischiuse in un bacio o un abbraccio possono infondere calma e lenire un'angoscia.

Lentezza è allora un insieme di calma e cura: anzi la calma come cura, il passo che rallenta e permette al cuore di ritrovare il suo battito, al polmone di tornare al suo respiro, al corpo di rispondere al male che ogni tanto fa il mondo.

William Henry Davies era un poeta vagabondo, forse non troppo noto, ma fonte di ispirazione per molti autori contemporanei. La sua vita passò con la valigia in mano attraverso un numero inimmaginabile di esperienze tra Regno Unito e Stati Uniti, compreso dormire per la strada, vivere in una palude e perdere una gamba. Non frequentò mai accademie, non si adeguó quasi a nessuna regola e visse e scrisse sempre ai margini della società.
Una delle sue poesie più famose si
intitola "Leisure", che tradotto in italiano potrebbe significare "Tempo libero", ma che forse, per senso e suono, sarebbe più corretto tradurre con "Lentezza". 
Eccola:

Che vita è questa se, sempre in pensiero, 
non cè mai tempo per fermarsi a guardare il mondo, per davvero? 
Non ce n'è per stare in piedi sotto i rami, come fan le pecore e le mucche, che stanno lì anche se le chiami.
Non ce n'è per camminare in mezzo ai boschi a cercare dove gli scoiattoli celano le noci, in quali posti.
Non ce n'è per accorgersi, nelle giornate più belle, di tutte quelle luci nei ruscelli, come fossero una notte piena di stelle. 
Non ce n'è per voltarci verso la bellezza a guardar con cura come muove i piedi la sua infinita danza
Non ce n'è per attendere finché la bocca chiuda il cerchio del sorriso che dagli occhi sboccia.
Davvero vita povera è la vita se, sempre in pensiero, non c'è mai tempo per fermarsi a guardare il mondo per davvero. 

Gli anni di Davies erano quelli in cui, nel mondo occidentale, stava nascendo qualcosa di veramente nuovo, stava sbocciando un concetto che prima non c'era mai stato: quello di tempo libero

Per l'uomo antico, a meno che non facesse parte di classi privilegiate, non esisteva nulla che si potesse chiamare così. In certe culture esisteva un giorno libero, ad esempio la domenica, ma era diverso: quello era "tempo sacro", destinato all'inattività per motivi religiosi più che per diritto.

Quando però si sviluppó la nuova società industriale metropolitana, quando nacquero professioni con ritmi nuovi e serrati di lavoro, qualcosa di inedito affiorò nelle giornate della gente. Qualcosa che prima apparteneva solo a chi, per nascita o per fortuna, non aveva l'obbligo di lavorare: il tempo da dedicare a sé, ai propri hobby e ai propri svaghi.

D'altro canto, oggi le attività quotidiane si intensificano, aumentano le occasioni di incontro con gli altri, l'agenda si riempie di impegni, commissioni, lavori e tutto diventa un fare
Questo genera una reazione opposta e inaspettata di fronte al tempo: si presenta in noi una sorta di horror vacui, di paura del vuoto, ed è per questo che l'apparente tempo libero viene molto spesso riempito di impegni, attività, pensieri. 
Il tempo si è sì liberato da attività, ma non è mai del tutto libero o svuotato di cose da fare.

I versi di Davies indagano proprio questa difficoltà odierna assai diffusa a relazionarsi con il tempo vuoto, che è l'unica cornice che ci permetterebbe di riacquisire un legame con l'infinita bellezza che ci vive intorno.

L'Istituto di Neuroscienza del CNR, dopo studi rigorosi, ha pubblicato un interessante saggio attraverso il quale si giunge alla conclusione che il nostro cervello non è programmato per la velocità cui è chiamato dagli attuali ritmi della nostra vita. Frenesia ed eccesso di attività sono per il cervello umano qualcosa, se non di innaturale, almeno di contrario alle impostazioni evolutive. 

La società però, evolve di gran lunga più rapidamente del cervello, e da qui nasce la sensazione costante di fatica e di  stanchezza che molti hanno a "stare al passo" con i tempi, che sembrano per giunta accelerare sempre più. 

Esistono tuttavia persone più refrattarie a questo imperativo di velocità: persone che non si adeguano, e che si ostinano ad andare lente, a far le cose piano, a metterci mezz' ora per fare quello che altri fanno in due minuti e mezzo. Ma sono lente solo per la massa, perché in realtà stanno solo rispettando più di noi i tempi dettati dal cervello.

Tutte queste persone devote alla dea lentezza risultano sempre in qualche nodo disturbanti per il resto della società e per questo finiscono spesso ai margini, considerate in qualche modo pericolose o votate al fallimento: come del resto accadde a Davies stesso. 

I giapponesi usano una parola: "michikusa", che definiscono in questo modo: è il vagabondare, il passeggiare senza meta. Qui c'è la via e l'erba, a significare quei germogli spontanei che spuntano sul ciglio delle strade. Significa perdere tempo e insieme guadagnare esperienze inaspettate.

Forse i lenti sono gli unici sani, noi quelli fuori di noi, gettati lontano dai nostri veri ritmi, e perciò spesso incapaci di cogliere davvero quello che è davanti, di sentire per intero il valore del tempo che ci è dato in prestito.

Forse è proprio cosi, forse la lentezza è un modo per allargare gli attimi in minuti che a noi normalmente sembrano secoli, per distenderli, per farci entrar più tempo. 

"Molti studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla", diceva Luciano De Crescenzo

Forse allargare la vita significa saperla prendere con lentezza, farcene star molta di più nello stesso spazio, prendere un attimo e farlo durare per vivere e apprezzare la bellezza così com'è lì tutt'intorno, smettendo di sprecare il tempo a fare solamente ciò che è utile.

giovedì 15 giugno 2023

Bluma e il Cameriere Infallibile

Un giorno del 1927, a Berlino, un folto gruppo di professori, dottorandi e studenti della vicina Università andarono in un ristorante e ordinarono ognuno una consumazione e una bevanda. 
Il cameriere si limitò a prendere nota di tutto mentalmente, non prendendo nessun appunto e i commensali pensarono che difficilmente si sarebbe ricordato tutto. 
Dopo una breve attesa, però, tutti ricevettero esattamente quello che avevano ordinato, anche chi aveva chiesto delle varianti alle pietanze. 
Quando uscì dal ristorante, la psicologa sovietica Bluma Wulfovna Zeigarnik, membro della Scuola di psicologia sperimentale di Berlino, si accorse di aver lasciato all'interno la sua borsa e tornò indietro per chiedere al cameriere dalla memoria prodigiosa se l'avesse trovata. Sorprendentemente, però, l'uomo sembrava non ricordarsi assolutamente di lei né di dove fosse seduta. 
"Com'è possibile che non ricordi nulla, proprio lei che ha una memoria prodigiosa?" chiese la psicologa. 
"Tengo a mente ogni ordine fino a quando non lo servo a tavola", rispose il cameriere. 

Kurt Lewin, professore di Bluma e pioniere della psicologia sociale, le spiegò di aver notato che i camerieri ricordavano meglio le ordinazioni non ancora pagate rispetto a quelle che potevano considerarsi concluse e questa osservazione portò la psicologa a interrogarsi sul fatto che i compiti non finiti avessero uno status differente all'interno della nostra memoria e, per questo motivo, venissero ricordati meglio.

Facendo una serie di esperimenti, Zeigarnik si accorse che tutti, più o meno, "funzioniamo" come il cameriere: le persone ricordano maggiormente i particolari delle attività che non sono ancora state completate, rispetto a quelle che hanno completato. Il fatto che il compito rimanga incompiuto per un certo periodo di tempo fa in modo che il ricordo venga immagazzinato nella memoria in un modo diverso e più efficace. 

Come ha spiegato più di recente la psicologa Stephanie Sarkis, il nostro cervello ha bisogno di chiudere il cerchio, di completare ciò che ha iniziato. 
Dal nome di chi l'ha scoperto, oggi questo concetto è noto come "effetto Zeigarnik" ed è estremamanete importante. 

In uno studio recente ad esempio, a un gruppo di soggetti venne chiesto di completare un puzzle ma non venne dato loro abbastanza tempo per completarlo. Il novanta per cento dei soggetti del test decise di completare comunque il puzzle ben dopo che la ricerca si fu interrotta. Semplicemente non potevano lasciare il puzzle incompleto! 

Adesso sappiamo anche perché quando una canzone alla radio si interrompe mentre la stiamo ascoltando, il nostro cervello continua a riproporcela nella testa, al fine di completarla. Questo approccio, che può sembrare controintuitivo, è invece un ottimo modo per saperne di più su come funzionano i nostri "ingranaggi" psico-cognitivi. 

Oggi questo principio, oltre che nell'istruzione, è applicato anche nella pubblicità e nelle serie TV. 
Hai presente le pubblicità basate su domande senza risposta come, ad esempio: "Vuoi risparmiare sul tuo piano telefonico? Scopri come fare andando sul sito XXY") oppure le serie TV che lasciano appesi sul più bello con un colpo di scena? 

Il principio è sempre lo stesso: quando si viene interrotti dopo che si è iniziato a fare qualcosa, diventa difficile concentrarsi su qualcos'altro fino a quando non si ricomincia a occuparsi dell'attività che si è lasciata a metà. Trattenere nella memoria un compito non completato provoca una sorta di ansia che impedisce al cervello di concentrarsi efficientemente su altri processi cognitivi.

L'effetto Zeigarnik può migliorare anche la produttività. 

Ad esempio,  quando non si ha voglia di fare qualcosa, si dovrebbe comunque e dedicarcisi anche solo per pochi minuti senza procrastinare
La base del perché questo sforzo ripaga è proprio l'effetto Zeigarnik che porta una persona ad aumentare la sua motivazione a completare un lavoro solo per il fatto di averlo inziato.

Anche la famosa tecnica che prevede di dedicarsi a un compito in maniera assolutamente focalizzata per un tot di minuti per poi prendersi una pausa e ricominciare nello stesso modo, si basa sullo stesso effetto. Interrompere un compito allo scadere dei minuti previsti, qualunque cosa si stia facendo, ci mette nelle condizioni di non vedere l'ora di riprenderlo.

Un altro esempio? 
Bluma Zeigarnik, che analizzava i processi mnemonici già negli anni '20 e '30, anticipando il lavoro della psicologia cognitiva che sarebbe venuta solo dopo, ipotizzò anche che gli studenti ricordassero più cose se facevano pause frequenti mentre studiavano perché fermarsi mentre ci si dedica a un'attività aiuta a mantenere una continua tensione specifica verso quell'attività. 

In quest'ottica, è meglio dedicare allo studio di qualcosa che si vuole imparare un'ora al giorno per quattro giorni invece che quattro ore in una sola giornata
Un altro modo intelligente di ottimizzare il tempo.

L'effetto Zeigarnik può anche aiutare a sbloccare la creatività per tirar fuori le idee migliori, basta iniziare a pensare a un argomento o a un problema irrisolto e poi fare qualcosa di non correlato in cui si possa lasciar vagare la mente come, ad esempio, lavare i piatti, pulire l'appartamento, fare una passeggiata senza telefono.

"Queste erano tutte situazioni che mi sono capitate durante la doccia, mentre guidavo, mentre facevo la mia passeggiata quotidiana e che alla fine ho trasformato in libri"
(Steven King)

L'ultimo "trucchetto" che funziona proprio perché si basa sulla scoperta della psicologa russa è quello di compilare, alla fine di una giornata, una lista delle cose che vogliamo fare il giorno dopo, organizzandole per priorità. Sarà un po' come averle iniziate. 

Organizzarsi in questo modo, isola ogni progetto da affrontare, calma il subconscio e permette di lavorare in maniera più produttiva.

...e quando non si riesce a smettere di pensare a tutto quello che c'è fare, prima di farsi prendere da un'altra cosa, fare una bella lista di ciò che c'è da affrontare dopo

domenica 11 giugno 2023

I Leoni si Muovono da Soli

La società sembra non tollerare l'individualità, forse perché l'individualità non è comune come può esserlo una figura uguale alla stragrande maggioranza delle altre, tipo una pecora in un gregge. 
L'individualità ha in un certo senso la qualità del leone, e il leone si muove da solo. 

La pecora è un po' come la folla; spera che stare lì nel mezzo la faccia sentire a suo agio: tra la folla, si sente protetta, al sicuro. Se qualcuno la attacca, tra la folla, pensa, ci si può salvare, ed essere lasciata sola la rende vulnerabile.
I leoni si muovono invece in solitudine. 

Ognuno di noi nasce leone, ma la società continua a schiavizzare, facendo di tutto per programmare la mente più simile possibile a quella di una pecora, a quella di una figura che si uniforma. Questo può dare personalità, forse anche piacevole, simpatica, comoda, ma nella maggior parte dei casi molto ubbidiente. 

La società sembra volere gente che obbedisce, più che persone che si impegnano per la libertà. 
E come in un ricatto, fa leva sul fatto che ognuno, pur di soddisfare i propri interessi personali, è in qualche modo disposto, pur se spesso in modo inconsapevole, alla sottomissione. 

C'è un'antica storia zen su un leone cresciuto da una pecora, che continuava a credere di essere una pecora, fino a quando non fu catturato da un vecchio leone e trascinato ad affacciarsi da un pozzo per vedere la propria immagine riflessa sulla superficie dell'acqua sottostante. 

Molti di noi si comportano spesso come questo leone. Succede quando l'idea che abbiamo di noi stessi non deriva dalla nostra esperienza diretta, ma dalle opinioni degli altri. 

Quando la "personalità" imposta dall'esterno va a sostituire la personalità che potrebbe essere invece cresciuta dentro, in quel caso diventiamo un'altra pecora del gregge, incapace di muoversi liberamente e non consapevole della sua vera identità.

Sarebbe ora di guardare il proprio riflesso nel pozzo e fare un passo indietro dai condizionamenti che gli altri, anche se inconsapevolmente, impongono. 

È ora di ballare, correre, muoversi e fare tutto il necessario per risvegliare il leone o la leonessa che sonnecchia dentro. 

venerdì 9 giugno 2023

Salvato dai Carafa

Il 28 maggio 1606 a Roma, Caravaggio uccise in duello Ranuccio Tomassoni, a causa di un punto conteso nel gioco della pallacorda, antenato del tennis. Ma i veri motivi erano altri: pesanti debiti di gioco, l'amore di una donna (Fillide Melandroni) e anche questioni politiche. La Francia e la Spagna si contendevano la supremazia sull'Italia e sull'intera Europa. Ranuccio era filo-spagnolo, mentre Caravaggio era un protetto dell'ambasciata di Francia. 

Caravaggio fu condannato alla pena di morte per decapitazione, che poteva essere eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per strada. Il pittore fuggì da Roma, in direzione di Napoli, sotto la protezione della potente famiglia Carafa-Colonna. 

Il soggiorno napoletano fu un periodo prolifico e sereno per Michelangelo Merisi. Qui dipinse la "Flagellazione di Cristo", oggi conservata presso il Museo di Capodimonte nella città partenopea. Spettacolare utilizzo di luce quasi accecante, che sottolinea con grande drammaticità l'emergere, tra contrasti netti e laceranti di luci e ombre, della figura umana e divina di Cristo.

giovedì 8 giugno 2023

Pensare Meno

Pensare meno serve a curare l’anima. 
È importante.
C'è da imparare a farlo.
Pensare meno non è 
essere superficiali, 
distratti o assenti.
No. 
Pensare di meno vuol dire alleggerire, 
allentar la presa, 
lasciare andare lo sbagliato, 
chiudere porte da troppo spalancate. 
Vivere di più.
Pensare meno vuol dir 
prendersi cura di se stessi, 
far sì che il cuore possa riprender fiato.
Pensare meno
è passeggiarsi dentro, 
prendersi per mano, 
perdersi in una strada qualunque
della felicità
e sentirsi a casa.

mercoledì 7 giugno 2023

Profezia delle Parole

Azzardo una profezia. 
Come adesso stanno sparendo a una a una le edicole, perché nessuno legge più i quotidiani, così in un futuro non tanto lontano (2040, 2050?) spariranno tutte le librerie perché nessuno leggerà più i libri. 
E non finirà qui. 
Arriverà un momento in cui la gente non userà più le parole e per parlare avrà un vocabolario limitato di 500-1000 termini, non sapendo più il significato di tantissimi termini come ad esempio "accidia", "baluginio", "demagogo", "grottesco", "scrupolo", "tabù", volubile", "vulnerabile", "zelo" e così via. 
I dizionari saranno degli oggetti misteriosi e, sfogliandoli, si ignorerà il significato di almeno il 99% delle parole contenute. Sarà il penultimo stadio prima dell'ultimo: il linguaggio fatto di grugniti, emoticon e gesti.

Già adesso questo impoverimento del linguaggio, questa semplificazione del complesso, questa riduzione delle emozioni e dei pensieri a dei puri segni senza un vero significato, sta avvenendo in diversi posti, tra cui Instagram. 

Ho analizzato il profilo di circa 100 spunte blu (vip e influencer) ed è tutto un susseguirsi di: "My favorite place", "Settimana meravigliosa", "Red Passion", "Verso nuove avventure", "Buon risveglio a tutti", "Ready to go",, "L'ora più bella", "Best of these days", "Sunset vibes", "Miami Style", "Details", "Day 3", "Woman in black", "Happy!", "Night out" e così via all'infinito. 
Ho trovato fino a 300 espressioni simili, che rimbalzano da un profilo all'altro di Instagram, creando un villaggio globale del vuoto. 

Sotto una foto in notturna, una influencer scrive "About last night" e questa espressione la troviamo ripetuta in centinaia di altri profili di influencer. 
Si va a Roma e l'unica cosa che si sa dire è "Quanto sei bella #Roma" oppure "Roma città eterna", o "#Napule o sole o mare". 

E' tutto un dire senza esprimere nulla, è un pensare privo di pensieri, è un essere felici non mostrando una vera felicità. 

Loro sono solo l'avanguardia, presto la maggioranza li seguirà, prima sui social, poi nella realtà. Quando? Difficile dirlo, va tutto così veloce oggi, sicuramente prima del nuovo secolo.

Quelli come me che vivono di parole, che sarebbero disposti a difendere una parola - come un re difende il suo popolo - diventeranno una minoranza, emarginata e incomprensibile. Farò la fine dei gettoni del telefono, dei dischi in vinile e delle antiche fotografie in bianco e nero."

lunedì 5 giugno 2023

Il Genio che Amava i Piccioni

L’uomo che ha fatto la luce, letteralmente, l’esempio perfetto di una mente brillante che ha vissuto in un mondo che non era pronto per lui. Nato in Serbia nel 1856, ha trasformato il modo in cui vediamo e usiamo l’elettricità, ed era tutto fuorché noioso. Sto parlando di Nikola Tesla. 

Mai sentito parlare della corrente alternata? Sì, quella cosa che fa funzionare praticamente tutto quello che usiamo oggi, dalle lampadine, ai televisori, ai frigoriferi e a qualsiasi altro elettrodomestico. Ebbene, bisogna ringraziare Tesla, come per le trasmissioni radio, per il campo magnetico rotante, e per altri ben 278 brevetti rilasciati in 25 paesi. 
Eppure, nonostante queste enormi scoperte, è anche se il suo nome fu dato all'unità di misura dell'induzione elettromagnetica, l’inventore passò gran parte della sua vita in povertà. Ironico, no?

L’uomo che ha elettrificato il mondo non aveva abbastanza soldi per pagare le bollette.
Tesla, comunque, era anche un vero personaggio. Aveva una memoria fotografica impressionante, parlava otto lingue, lavorava 20 ore al giorno e la cosa più curiosa è che era completamente ossessionato dai piccioni. Sì, amava tanto questi uccelli che, si dice, di uno di questi in particolare, fosse addirittura innamorato. 

Eppure, nonostante tutto, Tesla è rimasto in gran parte dimenticato fino a tempi relativamente recenti. Ecco perché sarebbe il momento di dare a questo genio eccentrico e incompreso il riconoscimento che merita. 
Hollywood, stai ascoltando?