domenica 10 agosto 2025

Giudicare, Rimproverare, Limitare, Trattenere o Bloccare Gli Altri, Ma Perché?


C’è una verità scomoda, sottile e spesso invisibile, che attraversa molte relazioni:

noi blocchiamo gli altri proprio nel punto in cui siamo bloccati noi.

Li limitiamo dove noi non abbiamo ancora osato andare.

Li giudichiamo dove in noi abita ancora un senso di colpa.

Li tratteniamo dove noi stessi non ci siamo ancora liberati.


Questa dinamica avviene soprattutto nelle relazioni più intime e significative:

tra genitori e figli, tra partner, tra fratelli, tra amici, tra educatori e allievi.

Senza volerlo, a volte anche senza saperlo, proiettiamo le nostre paure,

i nostri limiti non affrontati, le nostre rinunce non elaborate,

su chi ci è vicino… impedendogli di crescere in quella direzione.

La paura di ciò che non abbiamo vissuto. Chi ha soffocato la propria libertà, teme quella degli altri.

Chi non ha conosciuto l’amore, si irrigidisce quando l’altro lo chiede.

Chi ha represso il proprio desiderio, giudica come “troppo” il desiderio altrui.

Chi non si è mai perdonato, si scandalizza davanti all’autocompassione dell’altro.


Per questo motivo, chi non si conosce diventa un sorvegliante invisibile nella vita degli altri.

Blocca. Rimprovera. Trattiene. Giudica.

Ma non per cattiveria…

Perché non può tollerare di vedere nell’altro quello che ha bandito da sé.


Il dolore di chi ama viene limitato


Ci sono figli che non possono fiorire perché i genitori li hanno bloccati nel loro stesso punto cieco.

Ci sono partner che non possono evolvere perché l’altro resta fermo nella sua prigione.

Ci sono vite che si spengono per non disturbare chi non si è mai permesso di accendersi.


E allora, invece di sostenere l’altro nel suo cammino,

inconsapevolmente lo invitiamo a rinunciare.

A non spiccare il volo.

A non scegliere, per non farci sentire rifiutati.

A non cambiare, per non farci sentire sorpassati.

A non amare in modo nuovo, per non mostrarci quanto poco abbiamo amato.


Non ci può essere cura se non c’è consapevolezza


Questa dinamica – proiettiva, inconscia, ma reale – non si supera con buone intenzioni.

Si supera solo con un lavoro di auto-conoscenza,

un percorso profondo di autocoscienza,

una disponibilità sincera a vedere dove siamo fermi

e a non fare dell’altro un ostaggio della propria immobilità.


La libertà dell’altro non è un affronto.

Il cambiamento dell’altro non è un tradimento.

Il coraggio dell’altro non è una colpa verso di noi.


Guarire il nostro blocco per lasciare liberi


Ogni volta che ci troviamo a dire:


“Non capisco perché vuole questo…”

“Esagera…”

“Non serve cambiare…”

“Era meglio prima…”

“Non si può avere tutto…”


…proviamo a chiederci:

“Questa cosa che mi irrita… è qualcosa che io stesso non mi sono mai concesso?”

“Sto giudicando o sto proteggendo una mia ferita ancora aperta?”


Amare davvero è lasciare che l’altro cresca anche dove noi siamo ancora piccoli.

È non usare la nostra stasi come misura della sua direzione.

È non ostacolare con la nostra paura quello che per lui o lei è libertà.

È, infine, riconoscere onestamente dove siamo fermi… e non trasformarlo in gabbia per chi amiamo.

C. D'Angelo

domenica 16 febbraio 2025

Si Può Perdere Davvero Ciò Che Non Si Possiede?

Qualche giorno fa, leggevo una frase sublime di Pablo Neruda che mi è risuonata in testa per ore. 

La frase è questa:

"Dalla vita non pretendo molto. Mi basta sapere che ho tentato di fare tutto quello che ho voluto, che ho avuto quel che ho potuto, che ho amato ciò che valeva la pena e che ho perso solamente quel che mai fu mio."

Tanta umiltà e tanto coraggio in queste affermazioni toccanti. Il riconoscersi piccoli di fronte all'immane forza della vita e al proprio volere, il fatto di destinare il proprio amore soltanto a ciò che vale la pena, e soprattutto il senso della perdita e del possesso che mi hanno indotto a più di una riflessione e a una domanda:

"Cosa posso dire di possedere veramente, tanto da rischiare di perderlo?" 

È una domanda apparentemente banale ma in realtà molto profonda, che va a toccare aspetti filosofici, spirituali e anche psicologici. 

Letteralmente il "possesso" è una sorta di potere che permette di disporre di qualcosa liberamente e di goderne i frutti, anche a prescindere dalla proprietà. 

Riguardo alla materialità, posso dire allora di possedere oggetti, beni, denaro, ma a pensarci bene, tutto questo non è qualcosa di cui possa necessariamente disporre indefinitamente, nel senso che non mi appartiene tanto da far parte di me, semplicemente perché si tratta di cose effimere, possono essere perse, rubate, consumate o superate dal tempo. Sono cose tutto sommato in prestito, di passaggio. Oggi ci sono, domani chissà. Anche se se ne potrebbe godere per un discreto lasso di tempo. 

Se vado oltre, posso dire di possedere la mia esperienza, i miei ricordi, le mie conoscenze e le competenze che ho  sviluppato e che continuo a sviluppare. Sono cose sicuramente più difficili da portare via a chiunque le abbia, e spesso accompagnano le persone per tutta la vita e mi piace tra l'altro vederle come doni. 

Ma scavando ancora più a fondo, mi accorgo che nemmeno queste cose immateriali sono del tutto mie, perché la memoria potrebbe svanire e le competenze sono qualcosa di caduco perché col tempo si potrebbero atrofizzare. Assurdo, ma anche queste, pur considerandole doni, sono in essenza qualcosa da prendere come transitorio, perché non è detto che io possa goderne sempre a mio piacimento. Anche queste quindi oggi ci sono, domani chissà. 

Cosa è del tutto mio allora che io possa dire a ragione di poter perdere?

Mi viene da dire tra le cose che non ho più vicino a me, le persone amate, i momenti e le emozioni meravigliose trascorse con amore, ma benché doni, non ho avuto mai in realtà nulla di tutto questo che fosse veramente e concretamente mio. 

Nessuna persona amata, in quanto dotata di libero arbitrio e libera di scegliere, per quanto dono meraviglioso, avrebbe mai potuto essere mia, né le emozioni che è stata in grado di donarmi, tutt'al più sempre vive nella memoria e nei ricordi che purtroppo ancora potrei perdere. 

Nulla posso, né ho mai potuto dire sia stato mio del tutto, e nulla mi appartiene, né mi è mai appartenuto. 

E la mia capacità di scegliere? 

Quella si, potrebbe essere mia, ma poi penso che è un dono anche quella, qualcosa di potente ma flebile, perché la mia libertà di scelta può essere persa per via di qualcosa che mi costringe o mi priva della libertà o della salute, e avrei dei limiti tali da non poter più decidere io del mio futuro e del mio comportamento. Forse è bene considerare di passaggio anche questa. 

Forse, l’unica cosa che possiedo e che posso temere di perdere davvero è sì, la mia capacità di scegliere, ma intesa non in senso generale, bensì esclusivamente come mio modo di essere qui, ora, nella mia condizione presente, cioè come ciò che scelgo di fare, il modo in cui vivo ogni istante e come decido di rispondere a ciò che mi accade. Questo forse è ciò che mi appartiene davvero, perché mi definisce, e denota la mia identità, unica e irripetibile in tutto l'universo e mi appartiene senza ombra di dubbi. 

C'è un solo Stefano che reagisce come reagisco io a ciò che gli succede, magari sbagliando, ma che vive, risponde, respira e ama esattamente come me. 

In definitiva, forse ciò che possiedo davvero è solo la mia identità, il mio atteggiamento, la mia coscienza nel momento presente, sempre frutto di esperienza. Tutto il resto ahimè diventa un dono in prestito, di passaggio, che pur avendo un senso e un grande valore per la mia crescita, non mi appartiene, e può svanire da un momento all'altro, persone, cose belle, bellissime e meravigliose comprese. 

Nulla mi appartiene se non l'identità che vive nel mio atteggiamento ora

Riformulo la domanda, allora:

Cos'è quindi quel qualcosa che posso perdere veramente nella vita se in definitiva non ho mai posseduto e non possiedo nulla?

La risposta è "nulla", se accetto questa prospettiva fino in fondo. Ogni cosa è un dono di passaggio nella vita. 

Posso accettarlo? 

Oggettivamente si, ma dubito sia facile per tutti accettare questo punto di vista. 

Il fatto è che la realtà umana è più complessa: sento, percepisco, immagino e penso; è questo il lato umano che frega me e tutte le persone: i sentimenti ed il pensiero. 

E come uomo, pur non possedendo nulla, sento e immagino di perdere cose, persone, opportunità, anche se questo non è realmente vero, anche se questi sono solo accadimenti di passaggio lungo il viaggio della vita. 

Sento di perdere il tempo, che scorre inesorabile. 

Sento di perdere la mia autenticità in quei momenti in cui la sacrifico per compiacere altri. 

Sento di perdere la mia capacità di sentire e di essere presente, se annego nella distrazione o in qualche automatismo che mi fa dimenticare le cose più importanti e la mia identità. 

Sento di perdere relazioni, per distanza, per incomprensioni anche oltre le mie responsabilità e per mille altri cavilli della vita fatti di condizionamenti atavici o di risparmi emotivi spesso fuori dal controllo. 

Sento che perdo parte di me nei cambiamenti della vita, e sento che la perdita più profonda e che induce paura, è forse proprio quella di me stesso, quando ad esempio indugio smarrito nell'ansia di un futuro incerto o nel rimpianto del passato, nella malinconia di chi era capace quanto e più di me di farmi sentire chi sono. 

Ma se questo sono io che sento e non possiedo nulla per davvero, la vera perdita è allora solo la dimenticanza di ciò che sono qui e ora. Tutto il resto, ahimè, è solo un’illusione che cambia continuamente forma.

Se rileggo la frase di Neruda in questa luce, mi sembra costruita sopra un paradosso: parla di perdere solo ciò che non è mai stato mio, ma se nulla è mai stato veramente mio, allora cosa posso dire di aver perso? 

Forse, Neruda esprime un'idea più emotiva che filosofica, più legata a una verità umana e ai sentimenti che si provano. 

Dicendo "ciò che ho perso non è mai stato veramente mio" esprime forse un senso di mancanza, di qualcosa di prezioso che ha attraversato la sua vita, illuminandola e donando senso all'esistenza, ma che per la caducità e la temporaneità delle cose, non è riuscito a trattenere, o non è potuta restare nella sua vita. 

Può riferirsi a illusioni, desideri irraggiungibili, persone che si volevano vicine ma che per mille motivi non potevano esserlo. 

Se estendo ancora il ragionamento, la frase perde senso perché presuppone una distinzione tra ciò che era "mio", o credevo lo fosse, e ciò che invece non lo era, ma sapendo che nulla è davvero mio, io mi azzarderei a riformularla così:

"Dalla vita non pretendo nulla, perché nulla mi appartiene davvero. Mi basta sapere di aver vissuto ogni istante con presenza, di aver amato senza voler possedere, di aver lasciato andare senza rimpianto, anche se non senza dolore."

Forse, più che parlare di perdita, parlerei di lasciar fluire. In fondo, tutto ciò che chiamo e ho mai chiamato "mio", persone, esperienze, emozioni, pur se un dono, è solo un passaggio, un prestito temporaneo, non un possesso, qualcosa di assai prezioso come la vita che può svanire da un momento all'altro. Oggi c'è, domani chissà. 

Allora potrei dire che la vera saggezza non sta nel trattenere, ma nel lasciar scorrere. Non nel possedere, ma nell’essere presenti. 

Se nulla è mio, allora nulla può essere perso. E se nulla può essere perso, allora posso vivere senza paura, senza attaccamento, senza rimpianto. È questo in fondo il grande peso della libertà. 

Forse è proprio questo il punto: non perdere nulla non significa non avere avuto nulla, ma che nulla mi appartiene e che tutto è di passaggio e ogni cosa, benché possa lambire più o meno a lungo la mia vita come un'onda, è caduca e temporanea a questo mondo. Oggi c'è, domani non ne posso essere sicuro. 

Non perdere nulla, visto che non ho nulla, forse significa vivere ogni cosa a pieno, senza paura di lasciarla andare liberamente a sé, apprezzandone e vivendone a pieno tutta la sua autenticità, il suo valore e la sua bellezza, amandola con tutta l'anima ed il cuore per quanto possibile e ringraziando per ogni istante sacro in cui mi è stato fatto il dono di viverla. 

domenica 12 gennaio 2025

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto 
e un sentimento fermo 
guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti, 
finalmente e con che gioia, 
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia 
e acquista madreperle, 
coralli, ebano e ambre, 
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; 
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie, 
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca, 
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio, metta piede sull’isola, tu, 
ricco dei tesori accumulati per la strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei 
mai ti saresti messo sulla strada: 
che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, 
non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, 
con tutta la tua esperienza addosso, 
già tu avrai capito 
ciò che Itaca vuol significare.

Konstantinos Kavafis

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Questa poesia, "Itaca" di Kavafis, colpisce e va nel segno. Parla di un viaggio come metafora dell’esistenza. Il viaggio di tutti, quello di ognuno. 

Tante volte si pensa che l’obiettivo di un viaggio sia una meta, una destinazione finale e si cammina con la mente proiettata verso il futuro, immaginando cosa avverrà una volta raggiunto il fine e che solo allora finalmente si potrà essere felici. 

Ma tutte le peripezie, gli imprevisti, le difficoltà cantate da Omero prima e da Kavafis dopo, non sono incidenti di percorso: sono essi stessi il percorso. 

Il viaggio non è uno strumento per arrivare ad un punto finale. 
Il viaggio è il senso di tutto. 
Il viaggio, coi suoi imprevisti e le sue strane coincidenze, è la vita in sé.

“Itaca” è un luminoso invito alla vita, che insegna a guardare all’interezza del percorso, a non scoraggiarsi, ad affrontare le avversità col coraggio e con la consapevolezza che, lasciandosi andare al flusso della vita, tutto non può che andare verso il bene, tutto ha un senso, è il nostro bene, anche se spesso lì per lì non si comprende. 
Itaca non è una destinazione, ma un modo di vivere i giorni.

mercoledì 1 gennaio 2025

Credo


Credo nello sguardo della Gioconda e nei disegni dei bambini.

Nell’odore dei panni stesi e in quello delle mani di mia madre.
Credo che quando la barbarie diventa normalità, la tenerezza sia l’unica rivoluzione.
Credo che la vera gioia sia riuscire a sentirsi parte di un panorama incantevole, pur non essendo altro che un minuscolo granello di sabbia.

Credo che la lingua di Dio sia il silenzio, e il suo corpo la Natura.
Credo alla potenza del soffione, quel piccolo fiore selvatico che cresce ostinato tra le pieghe dell’asfalto e anche in mezzo a mille difficoltà, lui riesce comunque a farcela.
Credo nelle stelle cadenti, quelle che poi si rialzano e vanno avanti.
Credo nel pesce fuor d’acqua, perché è l’unico che poi si è evoluto.

Credo che chi non vive il presente, sarà sempre imperfetto. Pure da trapassato.
Perché la vera sfida è debuttare ogni giorno, tutto il resto è repertorio.
Credo che non sia la bellezza che salverà il mondo, ma siamo noi che dobbiamo salvare la bellezza.
Credo nell’amore sprecato, buttato via, in chi sa donarsi agli altri senza chiedere niente in cambio e che la parola amore, se la scomponi, diventa tutto il contrario della morte.
Amore, alfa privativo, mors. A-mors, amore, significa voglio che tu non muoia mai.

Credo che alla fine della nostra vita non ci sarà chiesto quanti soldi abbiamo guadagnato, quante case abbiamo comperato, ma quanta bellezza, quanto amore c’è in più dopo il tuo passaggio sopra questa terra.

Credo che non ci sia peggior peccato che non stupirsi più di niente e che tutta la scienza, la cultura e l’intelligenza del mondo non basti, e che a volte bisognerebbe soltanto inchinarsi davanti a questo grande mistero, in cui tutti siamo immersi, al miracolo di questa vita che va avanti, nonostante tutto non si ferma, e si trasforma ogni secondo.
E tutto quello che non sappiamo e non capiremo mai, tutto il resto lo chiederemo agli alberi.

Simone Cristicchi

domenica 22 dicembre 2024

Amore

Allora Almitra disse: Parlaci dell’Amore.
Ed egli sollevò il capo e guardò il popolo, e una gran pace discese su di loro. E a voce alta disse:

Quando l’amore vi fa cenno, seguitelo,
Benché le sue strade siano aspre e scoscese.
E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui,
Benché la spada che nasconde tra le penne possa ferirvi.
E quando vi parla, credetegli.
Anche se la sua voce può mandare in frantumi i vostri sogni come il vento del nord lascia spoglio il giardino.

Perché come l’amore v’incorona così vi crocifigge. E come per voi è maturazione, così è anche potatura.
E come ascende alla vostra cima e accarezza i rami più teneri che fremono al sole,
Così discenderà alle vostre radici che scuoterà dove si aggrappano con più forza alla terra.
Come fastelli di grano, vi raccoglierà.
Vi batterà per denudarvi.
Vi passerà al crivello per liberarvi dalla pula.
Vi macinerà fino a farvi farina.
Vi impasterà fino a rendervi plasmabili. E poi vi assegnerà al suo fuoco sacro, perché possiate diventare il pane sacro nei sacri conviti di Dio.
Tutto questo farà in voi l’amore, affinché conosciate i segreti del cuore, e in quella conoscenza diventiate un frammento del cuore della Vita.

Ma se avrete paura, e cercherete soltanto la pace dell’amore e il piacere dell’amore,
Allora è meglio che copriate le vostre nudità, e passiate lontano dall’aia dell'amore, nel mondo senza stagioni dove potrete ridere, ma non tutto il vostro riso, e piangere, ma non tutto il vostro pianto.

L’amore non dà nulla all’infuori di sé, né prende nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede né vuol essere posseduto,
Perché l’amore basta all’amore.

Quando amate non dovreste dire: «Dio è nel mio cuore» ma, semmai, «sono nel cuore di Dio».
E non crediate di guidare il corso dell’amore, poiché l’amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso.

L’amore non desidera che il proprio compimento.
Ma se amate e quindi avete desideri, i vostri desideri siano questi:
Sciogliersi e farsi simili a un ruscello che scorra e canti alla notte la sua melodia.
Conoscere il martirio della troppa tenerezza.
Esser feriti dal vostro proprio intendere l’amore,
E sanguinare di buon grado, gioiosamente.
Svegliarsi all’alba con un cuore alato e dire grazie a un nuovo giorno d’amore;
Riposare nell’ora meridiana e meditare sull’estasi amorosa;
Tornare a casa con gratitudine la sera;
E addormentarsi con una preghiera per chi amate nel cuore, e un canto di lode sulle labbra.

Kahlil Gibran

domenica 8 settembre 2024

Giudicare o Non Giudicare

Scrive un maestro taoista: gli antichi non conoscevano le cose; poi impararono a distinguerle e a nominarle; infine iniziarono a confrontarle e a emettere giudizi. Fu allora che il Tao, il senso dell’Uno, ebbe fine.

Kategorumenon in greco significa imputazione. Quando incaselliamo persone e cose in categorie separate, stiamo cominciando a costruire le aule dei tribunali nei quali poi le trascineremo, gli uni contro gli altri armati.

L’albero del bene e del male, o albero della conoscenza, è l’albero del linguaggio. Ci consente di conoscere, ma anche iniziare a praticare il giudizio che, separandoci dalla nostra Anima, dal paradiso può trascinarci all’inferno.

Il giudizio è la fonte di ogni male. Non giudicare è la fonte di ogni bene. L’Anima non giudica mai: per questo è divina. Il Dio del Vecchio Testamento, giudicante e vendicativo, come gli antichi greci, è una proiezione dell’inconscio umano.

Mauro Scardovelli

sabato 31 agosto 2024

Il Valore delle Cose

Il valore delle cose non sta nella longevità, cioè in quanto durano, ma nell'intensità con cui sono vissute. 
Molte sembrano solo materiali, ma spesso emanano ricordi e alcune destano legami indissolubili. 
Gli incontri sono le più belle, le persone, tutte, ci insegnano qualcosa, sempre. 
Le più preziose fanno casa nel cuore e ci abitano a vita. 

Materia e anima è ciò di cui siam fatti, l'essenza si rapprende e dà significato all'esistenza, e vive in tanti mondi. 

No, non esistiamo solo sulla Terra, ma anche in tutti quei mondi che nessun occhio vede, ma che ci sono, fanno parte di noi e noi di loro. 
Siamo qui per imparare, per portare l'anima ad una consapevolezza superiore, nell'amore che ci avvolge. 

No, se non accoglie tutto ciò che accade intorno come un dono e s'apre completamente al cuore, s'arrende all'amore e prende ad osservar la vita con occhi divini, l'anima non cresce, non evolve e non completerà la sua missione. 

Tutto sarà completo e chiaro, e si potrà viaggiare liberi, senza più limiti, quando taciteremo ogni pensiero e lascereremo l'anima andare dove sente.