Felicità è argomento che dovrebbe stare a cuore, forse più di ogni altro, eppure è un tema ovvio ma taciuto.
Tra noi chiediamo:
“Come va?"
"Il lavoro?”
”Eh, tiriamo avanti“ oppure “Bene“
Che in gran parte bene poi non è.
E ”Sei felice?” quando lo chiediamo? Mai.
Se lo facciamo, lo sguardo ricevuto è tipo:
”Ma che domanda fai?” a metà tra il “Come ti permetti ” e il ”Ma come fai a essere felice in questo obbrobrio?”
D’altronde, se è una domanda che non poniamo mai, come facciamo a pretendere che altri ci rispondano?
Sarebbe interessante invece, rispondere e ancor più poter rispondere sinceramente ”SI", che infine non son le cose da raggiungere a rendere felici, ma il viaggio che si fa per arrivarci. E allora siamo già felici.
Ma il mondo è un posto strano.
Felicità è un fine sensato, forse l'unico.
Per l’ovvia, irrefrenabile pulsione a volerla raggiungere anche solo per un po', e poi perché è la panacea dei mali.
La persona felice infatti non rompe le scatole agli altri, non ruba tempo e armonia, non sottrae energie, non è molesta, e anzi, è estremamente contagiosa.
Ma il mondo è un posto strano, un grande giardino di specchi e se cerchiamo di essere felici non pensando agli altri, la meta sembra diventare irraggiungibile.
Felicità arriva comunque invece, se badiamo a quella altrui: è un colpo che va solo di sponda.
Il mondo è un posto strano.
Complessissimo e semplice, e come una grande carambola, usando il gergo del biliardo.
E come se i tiri diretti non valessero, tutto funziona solo vivendo di rimbalzo, se curiamo chi abbiamo davanti, chi è vicino, o chi è più debole.
Rivolte lì le cure, quello siamo noi e guariamo.
E il resto, le preoccupazioni, le lotte, e tutti quei pensieri, è come se non servissero più o meglio non ci fossero mai stati.
Accarezzando, siamo accarezzati, coccolando, ci coccoliamo: provare, funziona.
Il mondo è un posto strano.
E pure buffo.
E magico.
E bellissimo.
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