Alan Watts, un filosofo del secolo scorso, diceva che il desiderio di sicurezza e la sensazione di insicurezza sono due facce della stessa medaglia.
In parole povere è come dire che trattenere il respiro significa rimanere senza fiato, o, venendo al tema del post, che desiderare l'appagamento significa non possederlo e se desidero la felicità significa che non la ho.
Però essere felici in effetti non è qualcosa che si può trovare in un cassetto o in qualche altro posto, perché non è un oggetto, forse è qualcosa che "si diventa".
È banale, ma in realtà a mio avviso spiega un po' l'insensatezza che si cela dietro alla famosa "ricerca della felicità".
L'idea che le persone siano destinate a una felicità ininterrotta è a dirla tutta, squisitamente moderna, un po' americana e per lo più distruttiva.
A guardarlo bene, il desiderio di vivere per sempre felici e contenti è il vero motore del consumismo, nonché la nostra più grande consolazione al pensiero della morte, e ci fa andare avanti a braccetto con la paura esistenziale della fine e della sofferenza ed è forse la ragione del modo in cui abbiamo plasmato e strutturato la società contemporanea.
La frustrazione collettiva sembra essere infatti il principale motore delle persone e la ricerca della felicità non si può e non si deve mai fermare.
In effetti, inseguire la felicità nel senso più diffuso del termine, significherebbe essere tenuti in vita unicamente da momenti "positivi", anziché cercare di innalzare uno standard di felicità di base individuale legato a una maggior consapevolezza e a un'armonia interiore. Ma motivarsi con la speranza di raggiungere un benessere continuativo non è solo un atteggiamento tossico, bensì è una missione impossibile.
Per essere felici, bisognerebbe smettere di sforzarsi di esserlo.
La felicità non è purtroppo una cosa da prendere, ma una conseguenza naturale di altre azioni: arriva quando ci si mette alla prova, quando si fa qualcosa di significativo, di bello, di importante e denso di significato, che spesso comporta un impegno, una responsabilità e a volte anche sofferenza e dolore.
È molto più saggio spesso trascorrere la propria vita ad approfondire le proprie conoscenze o ad affinare il proprio modo di pensare, per accrescere di volta in volta la propria consapevolezza, anziché rincorrere transitori momenti di euforia.
È molto più saggio abbracciare il malessere che accompagna i grandi cambiamenti e le trasformazioni profonde.
È molto più saggio a volte buttare la bilancia dalla finestra invece che usarla per raggiungere un equilibrio malato e utopico.
È molto più saggio lanciarsi in imprese difficili che fanno sentire vulnerabili e spaventati, anziché evitarle perché si preferisce il conforto effimero di ciò che già si conosce.
Perché una cosa è certa: fuggire dalla sofferenza equivale a fuggire dalla felicità. Sono due forze opposte con la medesima
funzione. Se si cerca di anestetizzarsi al dolore, si finirà per non sentire più niente. Si finirà per correre dietro all'illusione di una felicità vuota che non può riempire il cuore, e rimarrà solo l'ombra della persona che si era destinati a diventare.
Nessun commento:
Posta un commento