Un tubicino esagonale di plastica trasparente, con dentro un altro tubicino di plastica pieno di un liquido pastoso colorato, nero o di un altro colore. All’estremità di questo è infilato un piccolo cono di ottone sul cui apice è incastonata una piccolissima sferetta di metallo che, fatta scorrere su un foglio di carta, lascia una traccia che non macchia, perché si asciuga subito.
È la Bic, un oggetto da 50 centesimi, pari a un mezzo caffè, a una sigaretta o al terzo di un biglietto d'autobus, ma per raggiungere questa forma quasi perfetta ci sono voluti venti anni di lavoro, vari fallimenti commerciali, procedimenti legali, sofferenze e dispiaceri vari.
Prima che la famosa penna biro arrivasse sul mercato, per scrivere c’erano solo i pennini e le stilografiche, oltre naturalmente alla macchina coi tasti.
La sua invenzione si deve all'idea geniale di Lásló József Bíró, un giornalista argentino-ungherese che un giorno osservando un gruppo di ragazzini giocare a biglie in una pozzanghera, notó che le sfere, quando uscivano dall’acqua, lasciavano al suolo una striscia umida e regolare.
Per il suo lavoro, Bíró aveva bisogno di scrivere velocemente e senza interruzioni, mentre l’uso della stilografica richiedeva continue ricariche d’inchiostro e un’attenzione particolare alle frequenti macchie.
A partire dalla sua osservazione, Bíró cominció a farsi un sacco di domande:
- E invece che di vetro le sfere fossero di acciaio?
- E se si sfruttasse questo modo singolare di lasciare tracce?
- E se invece dell'acqua fosse inchiostro?
Sviluppò così una piccola sfera d’acciaio da inserire all’estremità di un tubetto pieno di un liquido scuro, in modo che ruotando, la sfera trasferisse il colore su di un foglio di carta. Nasceva la prima biro sperimentale.
Lásló Bíró, aveva avuto una grande idea, ma non aveva soldi a sufficienza per trasformarla in qualcosa di concreto e duraturo e soprattutto per divulgare la sua idea al mondo.
Cominció così a spargere la voce e a cercare qualcuno che gli fornisse i mezzi. I tempi erano duri, ma dopo innumerevoli peripezie nel periodo a ridosso della Grande Guerra, inontrò il barone italo-francese Marcel Bich, nato a Torino nel 1914, che fiutò al volo l'affare, mettendosi immediatamente al lavoro.
L’invenzione della penna a sfera, fu così brevettata nel 1938 e diffusa a livello internazionale da Bich, che ne perfezionò il processo produttivo, abbattendo i costi stimati da Biró del 90%.
Dopo due anni di lavoro Bich lanciò così il suo modello: la Bic Cristal.
Le innovazioni da lui introdotte furono piccole, ma decisive: l’involucro era di plastica trasparente così da consentire di scorgere il livello dell’inchiostro nel tubicino; il contenitore non era più tondo ma esagonale, cosa importantissima poiché non rotolava più giù dai banchi di scuola inclinati; un piccolo forellino rendeva la pressione atmosferica interna ed esterna identica, così da non bloccare la discesa dell’inchiostro; la pasta inchiostro divenne quasi perfetta; la punta e la pallina furono realizzati con sofisticati strumenti di precisione con tolleranze inferiori a cinque millesimi di millimetro.
Negli anni successivi i miglioramenti di questo piccolo oggetto furono numerosi in tutti i suoi tre aspetti principali: meccanica, inchiostro e materiali. Da tutto il mondo arrivarono richieste per migliorare e velocizzare il modo di scrivere, tanto da rendere la bic così solida e affidabile che ancora ai giorni nostri non riusciamo a fare a meno di usarla.
Sembra impossibile che la comune penna a sfera, quella che spesso non abbiamo degnato neanche di considerazione quando la prendevamo in mano per una firma in un ufficio pubblico, abbia avuto un'elaborazione così lunga e complessa.
Ma se si guardano anche altri semplici oggetti di uso quotidiano, si capisce come la tecnologia sia un processo a volte davvero lento e complicato e come dietro ogni storia di successo ci siano sempre uno o più incontri risolutori.
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