Il nostro cammino è cosparso di tanti brevi attimi di bellezza, ma spesso riusciamo a coglierne solo una piccola parte, il resto ci sfugge, si acquatta negli infiniti angoli ciechi di un campo visivo spesso limitato.
Eppure, per assurdo, come disse Achille nel film Troy:
"Gli dei ci invidiano, ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni attimo può essere l'ultimo per noi."
E ammettendo per il momento che esistano, se fossero davvero gli immortali che tanto invidiamo, ad invidiare invece noi mortali che abbiamo così pochi attimi?
Forse è proprio questo il motivo che strappa Ulisse dalle braccia di Calipso sull'isola di Ogigia, e lo spinge di nuovo verso il mare ed il pericolo, rinunciando cosi alla vita eterna; forse oltre alla nostalgia di Penelope e del figlio Telemaco, ad attrarlo era proprio l'insopportabilità di quel tempo tutto uguale, dove nessun attimo è l'ultimo, dove la vita non si può più perdere, e dove non esistendo perdita, non esiste più vera bellezza.
Una volta, durante un evento TED, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti disse che lui pensa sempre al tragico. Le parole testuali erano queste:
"Perché nell'ottimismo in realtà c'è un seme di struggimento, perché l'ottimismo non vuol dire evitare il senso del tragico, ma semplicemente affrontare il tragico con un altro atteggiamento.
Il senso del tragico ce lo portiamo sempre in tasca. O perlomeno io cerco di fare sempre così. È per questo che ridere diventa più bello, che credere diventa più bello, che crederci diventa più bello e che costruire diventa più bello.
Anche perché in fondo alla strada c'è questa certezza che moriremo."
Lui, una delle persone più entusiaste che conosca, che gira con il tragico in tasca? In quell'evento, lui spiegava che è proprio da lì che trae il suo attaccamento alla musica, alla bellezza, alla vita: tenere costantemente presente che siamo mortali, che la morte fa parte integrante della vita.
È proprio da lì che trae l'ispirazione per guardare il mondo con i suoi occhi pieni di entusiasmo.
Forse è il dolore ad insegnare il tragico, e chiunque abbia vissuto nel dolore gira con il tragico in tasca.
Ce l'abbiamo sempre lì la bellezza, a due passi, davanti agli occhi, ma è come se la nostra vista fosse sempre ostruita da qualcosa che non ce la fa vedere.
Poi quando hai la fortuna di trovarla finalmente e di guardarla da vicino, ti accorgi che è sempre qualcosa di estremamente semplice: ha il rumore delle prime gocce d'acqua sull'asfalto quando piove, il calore del tempo nelle parole scambiate con una persona cara, il sapore di un complimento quando non te lo aspettavi, il profumo inebriante dei gelsomini lungo la strada, la semplicità di una domenica con persone amiche, l'aroma del pane appena sfornato o il sorriso che hai strappato alla tristezza di qualcuno.
Il problema è che non è mai facile arrivare fino a lì, e solo pochi ci riescono davvero.
Negli occhi di quei pochi, quasi sempre, a guardar bene si vede un dolore grande, perché quello serve, per arrivare a vederla, non un grande dolore, ma un dolore grande.
Occorre uno strappo, per riuscire a sentire del tutto una carezza.
Giorni al chiuso come in una gabbia, per riuscire ad assaporare ogni attimo di Iibertà.
Cose che ti vengono tolte, cancellate, spazio bianco che la vita ti crea intorno per poter comporre un verso, perché è proprio come la poesia, la bellezza: ha bisogno di grandi spazi bianchi attorno, di grandi vuoti che ti facciano sentire il pieno. Ha bisogno di un dolore grande che ti faccia il regalo di due occhi di gratitudine.