lunedì 18 marzo 2024

Comporre Brani Tirando i Dadi

Presso I'associazione La Limonaia-Scienza Viva di Pisa, nel 2014, fu proposta ad un pubblico di studenti delle Scuole Superiori e dei Licei Musicali, una lezione-concerto particolare.

Per l'occasione furono allestiti alcuni incredibili e interessanti giochi musicali attribuiti a Mozart e Haydn, che permettevano la composizione di brani tirando semplicemente una coppia di dadi.

La realizzazione effettiva del gioco fu preceduta da una lezione introduttiva in cui si presentava il meccanismo del gioco stesso e le sue relazioni con lo sviluppo del calcolo combinatorio, una branca della matematica che studia le possibilità di raggruppamento di elementi e oggetti. L'iniziativa si concluse poi con un concerto dedicato ad un repertorio particolare del tardo barocco teso a ricreare il clima dell'epoca di quei musicisti inventori.

Si trattava di un tipo particolare di giochi da tavolo che a partire dalla seconda metà del 700 ebbero un grande successo. Praticamente erano dei sistemi in grado di generare musica combinando a caso elementi precomposti.

Tra i più fortunati dal punto di vista editoriale troviamo:

  • Der allezeit fertige Menuetten und Polonaisen componist, di J. P. Kirnberg, 1757;
  • Tavola per comporre minuetti e trii all'infinito con due dadi, M. Stadler, 1780; 
  • Gioco Filarmonico facile per comporre un infinito numero di minuetti e trio per due violini e basso o due flauti e basso (attribuito ad Haydn nel 1793).

Ma il più noto di questi giochi fu il Musicalishes Wurfelspiel attribuito a Mozart che compare nel catalogo Kochel delle opere mozartiane con il numero K516f.

Il gioco fu pubblicato simultaneamente a Berlino e ad Amburgo nel 1793 ed ebbe molta fortuna tanto che fu ristampato più volte anche in edizioni di lusso.

Questo consiste di due matrici 8x11, i cui elementi sono battute musicali pre-composte nella tonalità di Do maggiore.
Il numero totale delle colonne è di 8+8=16, corrispondente alla struttura 8+8 tipica del minuetto viennese dell'epoca, mentre il numero di righe corrisponde agli undici diversi esiti del lancio di una coppia di dadi.
Si gioca tirando i dadi e si trascrive su un pentagramma la battuta corrispondente al punteggio realizzato. II gioco termina con il sedicesimo lancio quando il minuetto è completato.

Man mano che il giocatore procede nel gioco, appare una composizione che, pur non essendo grande musica, è però perfettamente sensata e conforme alla grammatica musicale del tempo (si può consultare una edizione d'epoca del gioco presso I'archivio musicale on-line http://www-imslp.org).

Esistono anche versioni moderne del gioco, addirittura sotto forma di applicazione per smartphone, che utilizzano al posto dei dadi gli algoritmi di generazione di numeri pseudo-casuali.

Dal punto di vista del calcolo combinatorio, il numero di minuetti generabili è davvero enorme. In teoria esso corrisponde al numero di disposizioni con ripetizione (questo è il termine matematico esatto) di 11 elementi, in 16 gruppi. Si dimostra infatti che si possono avere così 11 elevato alla 16-sima composizioni diverse.

Si tratta di un numero elevatissimo, ma quello che maggiormente incuriosisce non è tanto il numero sbalorditivo di combinazioni, quanto piuttosto cercare di capire perché il gioco funziona e come possa produrre una musica sensata.

Per capirlo, occorre smontare alcuni meccanismi formali della musica dell'epoca evidenziando le caratteristiche modulari e strutturali di un minuetto, come ad esempio quelli giovanilj di Mozart, ma per capirne meglio l'importanza, prima conviene dire qualcosa sulla sociologia musicale dell'epoca.


Perché la musica era così importante nel 700
Consumare una grande quantità di musica – come mai era stato fatto prima - era uno dei tanti lussi che l'aristocrazia del 700 si concedeva. Quasi ogni corte aveva una propria orchestra, un teatro ed un compositore di corte. Certamente, esisteva anche musica da strada e musica religiosa, tuttavia è nelle corti e per le corti che il linguaggio musicale settecentesco è stato concepito.

Presso la corte viveva e lavorava una gran quantità di cortigiani: ci sono camerieri, giardinieri, artigiani, medici, paggi, dame di compagnia, cavalieri e - naturalmente - musicisti. Ognuno svolge un ruolo preciso con obblighi e privilegi stabiliti secondo una rigida scala gerarchica. Importantissimo è poter riconoscere a prima vista il rango di chi si ha davanti, per tanto massima cura è riservata all' abito, ai modi e ai gesti.
Il linguaggio - inutile dirlo - è sottoposto a regole ben precise e saper conversare secondo l'etichetta è una faccenda molto seria dalla quale spesso dipende la fortuna del cortigiano.


Saper conversare significa essere brillanti nei diversi generi che la conversazione prevede:
il pettegolezzo, I'aneddoto, la maldicenza, l'adulazione e cosi via. Allo scopo è necessario disporre di schemi già collaudati, frasi pronte, aforismi e giochi di parole che, esibiti al momento opportuno, garantiscono il successo della conversazione.

La musica del 700 imita lo stile del parlare di corte. In essa troviamo la stessa eleganza, la stessa cortesia e soprattutto l'impiego di schemi modulari riutilizzabili. Un medesimo stile musicale – lo stile galante' - si estendeva in tutta Europa e ovunque la musica era composta secondo le regole codificate dalla trattatistica teorica.
Se applicate, queste regole producevano le dolcissime eufonie degli intervalli di terza e sesta, evitavano i parallelismi di quinta che suonavano arcaici e plebei, e disciplinavano in una sorta di galateo musicale, I'uso della dissonanza. Questa grammatica aveva lo scopo di muovere la musica su un terreno stabile, inserendo di tanto in tanto qualche elemento di stupore, ma sempre entro l'orizzonte della comprensibilità e del diletto dell'ascoltatore. I giovani compositori imparavano a padroneggiare questo stile esercitandosi sui partimenti (linee destinate alle voci gravi alle quali l'allievo doveva aggiungere il canto) e sui solfeggi che avevano lo scopo di educare il gusto e fornire all'allievo un repertorio di melodie che sarebbero tornate utili in futuro.

Le "melodie appropriate" apprese in questo modo erano per il giovane musicista del 700 le "buone maniere" indispensabili per ottenere una posizione a corte.


La struttura di un minuetto galante
A corte si danzava moltissimo e ogni compositore doveva essere in grado di comporre in breve tempo musica da ballo perfettamente in stile. Allo scopo ci si esercitava fin da giovanissimi. 

Un esempio è il quinto dei brani contenuti nel Nannerl Notebuch - la raccolta di pezzi facili con cui il padre di Mozart, Leopold, insegnava musica ai propri figli. Si tratta di un minuetto, composto all'età di cinque anni, che non va visto come il risultato autonomo di un Mozart enfant prodige ma piuttosto come lo svolgimento di un esercizio di composizione assegnato dal padre insegnante. 

Si tratta di un semplice minuetto di 8+8 battute che nel catalogo mozartiano vanta il primo numero ed è, dal punto di vista strutturale, molto simile alla musica che emerge dal Musicalish Wurfelspiel. Lesercizio consiste nel realizzare un minuetto rispettando le regole formali che ne fissano il genere.


Esempio 1. Mozart, minuetto in Sol maggiore K1

1. La prima parte deve "modulare alla dominante
2. Il minuetto si compone di due parti, ciascuna di 8 battute
3. La seconda parte inizia liberamente ma deve concludere sulla tonica
4. Le battute (1-2) devono avere la stessa figura ritmica delle battute (3-4) e simmetricamente ciò avviene anche nella seconda parte
5. Le battute (5-6) e (13-14) possono essere ritmicamente diverse da quelle precedenti
6. Le battute (7-8) e (15-16) contengono una cadenza standard (IV-V-I)

Ovviamente il padre di Mozart non si limitava ad insegnare meccanicamente le regole formali ma voleva anche trasmettere il gusto e le "buone maniere dello stile galante, ecco dunque alcuni stratagemmi stilistici:

1. L'attacco è una anacrusi: un gruppo di note poste sul tempo debole che pre-
cedono il primo accento forte, come accade anche nel famoso minuetto di Boccherini.
2. L'effetto dell'anacrusi è quello di un garbato "invito alla danza"
3. Ci sono dei ritardi sui tempi forti (vedi la coppia di note legate) overo note estranee all'armonia che risolvono sulla nota giusta scendendo di un grado.
4. La distribuzione dele dissonanze è assolutamente regolare, sul battere delle battute 2,4,10,12 e creano tensione ma sempre quando ce lo si aspetta !
5. Le battute 3-4 sono il fonte delle battute 1-2 e simmetricamente le battute
11-12 lo sono delle 9-10. Nella didattica musicale dell'epoca fonte indica l'abbassamento di un grado di un gruppo di note. (Pensare al tema di apertura della sinfonia in Sol minoren. 40 )
6. Alle battute 5,6 e 13,14 compare una emiolia in cui il ritmo ternario è sostituito da una scansione binaria (3 x 2 = 2 x3).
7. La frivolezza della terzina nelle cadenze è quasi un marchio di fabbrica della galanteria.
8. Il brano risulta strutturato secondo moduli di 2 battute che rispecchiano evidentemente la coreografia della danza.

Concentriamoci sulle coppie di battute con cui termina ciascuna frase: la cadenza, cioè quel particolare movimento del basso (IV-V-I) che storicamente
ha assunto il significato di punto di arrivo, pausa e conclusione.
Nel quaderno dei giovani Mozart si trovano molti minuetti dai quali possiamo estrarre un repertorio di formule cadenzali: cè quella con terzine, con terzine acefale, con salti intervallati ampi o per grado congiunto, interessanti sono quelle con il ritardo tanto a salire quanto a scendere.

Esempio 2: Formule cadenzali estratte dal Nannerl Notebuch

Se proviamo a sostituire una qualunque di queste cadenze al posto di quelle originali, il senso del minuetto non cambia. Le parte acuta è di fatto modificabile mentre ciò che conta è preservare il movimento del basso e la successione armonica che ne deriva.

Astraendo dal materiale melodico non solo per le cadenze ma anche per le altre battute, ciò che resta del minuetto è una sorta di scheletro strutturale articolato secondo il percorso tonica-dominante-tonica che si svolge entro una cornice di 8+8 battute. L'effettivo materiale melodico impiegato svolge dunque un ruolo secondario di rivestimento cosi come il costume indossato da un ballerino potrebbe essere cambiato senza modificare la coreografia.

Uno dei massimi teorici dell'epoca, il compositore Jean Philippe Rameau, diceva che "la melodia discende dall'armonia", intendendo che l'elemento musicale fondante è la struttura armonica (la successione degli accordi) mentre la melodia è scelta tra le tante linee melodiche compatibili con la succesione accordare prefissata. Questo modo di concepire la musica dà luogo ad una pluralità di soluzioni melodiche possibili ed il sorteggio tra diverse soluzioni può essere un criterio di scelta per una realizzazione particolare.

Questa procedura compositiva si ritrova in molti ambiti della musica barocca: si pensi ad edempio alle composizioni costruite su un ostinato (ciaccona, passacaglia) o al genere del tema con variazioni. La natura algoritmica di queste tecniche compositive è ciò che rende possibile il gioco musicale aleatorio. 

Il gioco funziona perché le battute sorteggiate con i dadi sono state precomposte ad-oc in modo da adattarsi perfettamente alla struttura armonica e inoltre ciascuna è realizzata secondo gli stilemi tipici della galanteria musicale dando cosi l'impressione di un discorso melodico "ispirato", quando invece si tratta di un puro patchwork combinatorio.


Caso e Sentimento nella Musica
I giochi musicali come il Musicalishes Wurfelspiel sono, di fatto un sistema di composizione automatica, e il successo che ebbero all'epoca può essere ricondotto al fascino che in generale l'automatismo esercitava nel 700. Basta ricordare la grande fortuna degli automi costruiti da Jacques de Vaucanson tra i quali, in ambito musicale, troviamo un piccolo flautista completamente automatizzato, dotato di labbra mobili, una lingua meccanica che fungeva da valvola per il flusso dell'aria e dita mobili le cui punte in pelle aprivano e chiudevano i fori di un flauto. 

Ancora più famosa fu «l'anatra digeritrice» costruita nel 1739: un'anatra meccanica che dava l'impressione di nutrirsi e digerire e
sembrava avvallare l'idea cartesiana per cui gli animali non sono altro che macchine biologiche.

Se, dunque, un automa esemplifica una idea filosofica viene da chiedersi, per analogia, quale concezione estetica sia veicolata attraverso i giochi musicali. Il fatto che una musica sensata possa emergere da un algoritmo aleatorio obbliga infatti a rivedere l'idea preromantica di musica come linguaggio, soprattutto come linguaggio sentimentale, e a meditare meno ingenuamente sui meccanismi psicologici che intervengono quando attribuiamo significato alla musica. 

Una musica prodotta lanciando dei dadi ma comungue percepita come dotata di significato, suggerisce che "il senso di una composizione può non identificarsi con i suoni che la compongono, bensi con il suo progetto o, in altri termini, con l'insieme delle norme predisposte a vuoto dall'autore e destinate a riempirsi di materale di qualsiasi provenienza." 

In questo senso i giochi musicali del
700 sono gli antecedenti di certi esperimenti compositivi del XX secolo che prevedono l'intervento del caso come accade in certa musica aleatoria di lannis Xenachis.

Una citazione da Milan Kundera aiuta a cogliere questa prospettiva:

"Mi ricordo dei tristi anni passati in Boemia agli inizi della occupazione russa.
Fu allora che mi innamorai di Varèse e di Xenakis: quelle immagini di mondi sonori oggettivi ma inesistenti mi parlavano dell'essere liberato dalla soggettività umana, aggressiva e ingombrante, mi parlavano della bellezza dolcemente disumana del mondo prima o dopo il passaggio degli uomini.
"

Un concetto importante testimoniato dai giochi musicali è che da scelte casuali non
segue necessariamente il caos. Nonostante la casualità, quando è presente una struttura soggiacente, una forma di sensatezza è comunque preservata. 


Caos e caso non sono la stessa cosa.

Alla medesima conclusione era giunta anche la matematica del XVIII secolo: un esempio famoso è il numero Pi greco, che si affaccia nel problema dell'ago di Buffon. II numero pi greco è un ente di squisita origine geometrica, definito come il rapporto tra lunghezza della circonferenza e quella del suo diametro. Un numero che ha assai poco a che fare con il caso. Ebbene, in un saggio intitolato meravigliosamente: Essai d'Arithmétique

Morale (1777), il naturalista George Louis Leclerc, conte de Buffon, mostrava che gettando a caso un ago su una superficie piatta divisa da righe equispaziate (una sorta di parquet o di tappeto a strisce), la probabilità che l'ago intersechi una delle linee è 2/(pi greco), ammesso che l'ago fosse lungo quanto la spaziatura tra le righe.

Rovesciando l'argomento si ha che il numero Pi greco puo essere determinato sperimentalmente, con una certa precisione, gettando per davvero un ago sul pavimento un numero abbastanza clevato di volte. Ecco dunque un misterioso legame tra caso e geometria: lanciando casualmente un ago emerge il numero Pi greco.

Questo tipo di ragionamenti intorno alla mensura sortis, espressione con cui De Moivre indicava il calcolo della probabilità, erano dunque nell'aria dei tardi lumi e costituivano oggetto di indagine per la matematica dell'epoca.
Non stupisce ritrovare negli stessi anni il caso intervenire nei giochi musicali. 

Come avveniva per l'ago di Buffon, anche i giochi musicali mostravano che dal caso non emerge necessariamente il caos, soprattutto quando una struttura opportuna permette di addomesticare la sorte.

domenica 7 gennaio 2024

Il Discorso dello Schiavo

Nella civiltà odierna, ritenuta piena di libertà, ci sono persone (moltissime) “costrette” a vivere in condizioni che tolgono dignità e tempo di vivere. 
Quella libertà paventata ma mai vissuta, è descritta molto bene in "Lettere dalla Kirghisia", uno dei libri più famosi di Silvano Agosti, scrittore, regista e poeta bresciano "fuori dal coro". 

Quella che segue è la sua splendida e spietata analisi sulle condizioni dell’uomo di oggi in un'intervista di qualche tempo fa. 

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"Uno degli aspetti più micidiale dell'attuale cultura, è quello di far credere che sia l'unica cultura, invece è semplicemente la peggiore.

Beh gli esempi sono nel cuore di ognuno... per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchina...

Mentre fino a ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso:
"Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l'unica vita che ho, perché non ne avrò un'altra, c'ho solo questa, e mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno... per fare cosa? Come si fa in un giorno a costruire la vita?!"

Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché se no, anche se un giorno la porta sarà aperta, lui non vorrà uscire.

Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta:

"Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di due milioni e mezzo al mese, bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile"

Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere 77 miliardi e un essere umano due milioni e mezzo al mese, bene che vada.
Secondo me, poi, siccome c'è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte... e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte! Invece no! L'orario di lavoro è rimasto intatto. 
Oggi so che che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. 
Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l'amore!

Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l'amore otto ore al giorno... sarebbe una vera tortura... e quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l'amore, no?! 
Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana... certo c'ho il mitra alla nuca... lo faccio, perché mi faccio il discorso: "Meglio leccare il pavimento o morire?"
"Meglio leccare il pavimento" ma quello che è orrendo in questa cultura è che "leccare il pavimento" è diventata addirittura un'aspirazione, capisci?

Ma è mostruoso che un tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci?

Tutto ciò è "oggettivamente" mostruoso, ma laddove la coscienza produce coscienza, tutto ciò è "effettivamente" mostruoso...

E tu dirai: "Si vabbè, ma ormai è irreversibile la situazione"

Si, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo...il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.

Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto:
"Eh si! sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata... e come farai a spiegarlo, a tutti gli esseri umani?" e lui: "Non è affar mio, signori..."

"Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell'ordine delle cose"... hai capito? 

Perché tutto l'Occidente vive in un'area di beneficio? Perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del Mondo. Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina,... no.
E' un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di Mondo e dà un po' di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi...
quindi, signori miei, o ci si sveglia... o si fa finta di dormire... o bisogna accorgersi che così si muore."

Silvano Agosti

sabato 6 gennaio 2024

Nulla è in Regalo

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca all’inventario.

Wislawa Szymborska

venerdì 5 gennaio 2024

Una Scuola dell'Anima

La scuola tradizionale è senz'altro importante, poiché ci insegna a sviluppare la mente e ad ascoltare fonti esterne come genitori ed insegnanti. 
Questo è sicuramente un valido approccio. 

Tuttavia, mi chiedo: come è possibile che la maggior parte delle persone continui a soffrire e che le guerre non siano ancora cessate?

Nel mondo che sta emergendo, credo avremmo bisogno anche di una scuola dell'anima. 

Una scuola in cui l'individuo può imparare anche l'arte di vivere con se stesso ed il suo mondo interiore. 

Sarebbe un luogo in cui imparare a trascendere  la sofferenza, il dolore emotivo e la solitudine. 

Non ci verrebbe insegnato a negare la sofferenza, ma piuttosto a trasformarla, esattamente come si trasforma un carbone in diamante, o come un alchimista trasmuta il piombo in oro luminoso.

Nella scuola tradizionale, ci è stato 
insegnato a proteggere il corpo, e questo è giusto. Ma nella scuola dell'anima, ci verrebbe mostrato che non siamo fatti soltanto di corpo che deve sopravvivere, ma che siamo anche anime immortali nate dall'amore. 

Questa scuola dell'anima dovrebbe essere aperta a tutti, dai bambini agli anziani. Perché il cambiamento di uno è il cambiamento di tutti.
Questa scuola dell'anima ci potrebbe insegnare ad ascoltare il nostro maestro interiore, senza bisogno di seguire guru esterni. 

Una scuola così preziosa ci potrebbe mostrare come osservarci attraverso un microscopio, scoprendo le meraviglie che già risiedono in noi e offrendole 
come talenti al mondo.

Mentre nella scuola tradizionale ci viene insegnato cosa pensare, nella scuola dell'anima potremmo imparare come pensare in modo creativo per generare frutti positivi per noi e per tutti. 

Questa scuola potrebbe essere un luogo di profondo apprendimento, in cui connetterci con la nostra essenza e scoprire il nostro potenziale più autentico.

Sia la scuola tradizionale che la scuola dell'anima avrebbero un grande valore, ma nella scuola dell'anima si celerebbe una strada di trasformazione interiore che permetterebbe di vivere una vita più piena, libera dalla sofferenza e aperta all'amore.

giovedì 4 gennaio 2024

Il Fiore Che Non Voleva Crescere

Guardavo le creature e ogni dettaglio intorno, come nient’altro che la riprova di un incanto e di una meraviglia del creato a cui avevo l’immensa fortuna di assistere. 
Così vagavo un giorno per valli e ripidi pendii, e tra distese erbose smisurate. Pervaso da un indomito ed innato desiderio di amare, mi imbattei d'un tratto in un profumo così intenso, soave e fine, tanto da deliziare le narici e da catturare la mia attenzione, lasciandomi impietrito. 

L'attrazione
La mia curiosità fu enorme, e scrutando attentamente i dintorni tra foglie e verde intenso, mi chiesi che cosa fosse mai capace di suscitare in me una simile attrazione. Mi girai così lì intorno alla ricerca della fonte di tali magnifiche sensazioni, e vidi uno spettacolo della natura senza eguali. 
Lì, tra altri arbusti e fili d’erba radi verde acceso, svettava esuberante e variopinto, un bellissimo fiore dai colori intensi e brillanti.

Irrimediabilmente attratto, mi avvicinai colmo di ammirazione, e un desiderio tanto forte cresceva in me invitandomi a toccarlo, a coglierlo e a dirgli anche solo a parole quanto avrei desiderato realizzare il sogno di staccarlo da lì, pur con tutta la mia delicatezza, per portarlo nella mia intimità e starci insieme ogni minuto, beandomi della sua bellezza e di quel suo profumo delicato finché fosse stato possibile.

Ma con tanta difficoltà dovetti resistere a quella egoistica tentazione, per rispetto verso di lui, perché era bello e in qualche modo appagante in fondo anche solo guardarlo e se l’avessi colto o anche solo toccato, sarebbe potuto appassire in poco tempo.

No, non gli dissi quello che sarebbe piaciuto a me, e non lo toccai. Tacqui i miei desideri interessati e di possesso.
Scelsi invece di fare altro. Estasiato dal suo fascino magnetico e sfiorato dalla sua delicatezza, decisi coraggiosamente di rispettarlo, di dedicarmi a lui e di curarlo, e iniziai così a fargli visita. 


La cura
Tutti i giorni liberavo del tempo per percorrere nuovamente quella strada per arrivare da lui. E ogni giorno cercavo di guardarlo da altre prospettive e di apprezzarne ogni sfumatura di colore e ogni profumo per coglierne la pura essenza, per beare la mia mente di ciò di cui era fatto ed i miei occhi di ciò che animava siffatta bellezza.

Ogni singolo giorno portai acqua, complimenti e un sorriso pieno di vita e d’amore a quel fiore, la cui sola esistenza mi dava gioia.
Non so se e cosa pensasse in realtà, ma io non potevo fare a meno di manifestargli il mio interesse e il mio affetto. C’era qualcosa in lui che aveva un potere attrattivo su di me, quasi magnetico e il mio desiderio di dargli attenzioni traboccava oltre ogni limite e cresceva ogni giorno di più.

Così, spinto da un’energia invisibile, ogni dì, ogni singola giornata, per settimane e finanche per mesi, incurante del tempo e di qualsiasi sforzo, ero a portargli acqua, cure, attenzioni e gioia, solo perché adoravo farlo, ricevendo in cambio quello spettacolo della natura che da solo era in grado di alimentare la mia volontà di tornare da lui. Non c’era altra spiegazione.


L'apprezzamento
Poi un giorno quasi per caso mi accorsi di qualcosa che accrebbe il mio interesse e che mi restituì soddisfazioni a cui non avevo ancora mai ambito.
Non so se la cosa avesse già iniziato a verificarsi o se quello fosse in realtà il primo giorno in cui accadeva. Di fatto mi accorsi che quel fiore cominciava ad emanare un profumo più intenso del solito. Era strano e più volte pensai che fosse solo una falsa impressione o un’invenzione della mia fantasia che a volte, si sa, gioca brutti scherzi. 

Ma non era affatto la mia fantasia, era verità: quel fiore, se mai possibile, era ora ancora più bello, brillante, rigoglioso e profumato di sempre.

Per me era un segnale fortissimo e se prima non me ne ero mai accorto, quella piantina delicata e stupenda sembrava mostrare apprezzamento per il mio interesse e in qualche meraviglioso modo ricambiava le mie attenzioni. Gli piacevo e sembrava quasi che dicesse: “Non mi sono mai sentita così apprezzata e desiderata da nessuno in vita mia!”
E’ inspiegabile a dirsi con le sole parole, ma quando recepii questo messaggio, per me fu una sorta di giubilo, un tripudio e un’estasi. 

Mi prese una sorta di raptus d’amore, volevo toglierlo via di lì, trapiantarlo altrove e dargli un vaso enorme tutto per se oppure metterlo nel mio giardino per innaffiarlo e curarlo di più e meglio per tante e tante più volte al giorno. Pensavo di dedicargli uno spazio tutto suo al mio fianco per non abbandonarlo mai più e per far sì che si sentisse sempre più desiderato e apprezzato. 

Non stavo più nella pelle e avrei voluto dargli tutte le mie attenzioni e molto altro ancora, amandolo dal più profondo del cuore. In quel momento desiderai di crescere insieme con lui e con lui al fianco per permettere anche a lui e al suo amore di crescere.


La barriera
Mi feci coraggio e provai quello che non avevo ancora mai fatto. Provai a sfiorarlo e ad accarezzarlo per mostrargli tutte le mie più buone intenzioni con tutta la dolcezza di cui ero capace.

Ma nonostante le mie più nobili intenzioni e i miei tentativi, quel fiore reagì in un modo che mi spiazzò completamente. Fu dolce, calmo e sereno, ma allo stesso tempo fermo come non mi sarei mai aspettato. Non si fece toccare, e anzi, una sorta di barriera invisibile ma tangibile, sorse improvvisamente a sua difesa e ne mascherò per un discreto lasso di tempo sia il profumo che la brillantezza.

Provai ancora e diverse volte con tutta la mia tenerezza a carezzarlo delicatamente, ma a nulla servì, perché ogni volta quella barriera invisibile si ergeva come un’arma intorno a lui, come se invisibili sentinelle, percepissero l’avvicinarsi di una potenziale minaccia ponendo in atto rigide misure di protezione nei riguardi di un’infinita ricchezza da salvaguardare. 

Più volte mi chiesi se o a chi sarebbe stato mai concesso il privilegio di godere da vicino di tale fortuna, ma la mia domanda non ebbe ovviamente mai risposta.

La minaccia 
Cercai tante e più volte e a più riprese di far capire a quella creatura bellissima che la mia vicinanza non poteva e non avrebbe mai dovuto essere interpretata come una minaccia, che avrebbe potuto aprirsi e donarsi a me senza problemi, perché il mio amore era sincero e che avrei solamente desiderato il suo bene, ma a nulla servì ogni mia manifestazione di avvicinamento che venne serenamente ma categoricamente rifiutata.

Il messaggio era chiaro: il fiore voleva restare lì, coerente con se stesso, e sempre nello stesso posto e non avrebbe voluto crescere che libero da qualsiasi condizionamento, senza spostarsi mai ne’ chiedere mai niente a nessuno.

“Non gradiva più le mie attenzioni?”, mi chiesi.
No, tutt’altro, le gradiva eccome! 
E ogni volta che ero da lui, gli provavo il mio attaccamento e gli davo le mie attenzioni, lui mostrava sempre di gradire molto e incondizionatamente la mia presenza.

Un dialogo improbabile 
Allora un giorno mi feci coraggio e superato l’imbarazzo dell’assurdità, cercai di parlargli.
“Voglio il tuo bene, togliendoti questo scafandro di dosso e cambiando aria crescerai, i tuoi piccoli rami diventeranno più forti e ti riempirai di tanti più fiori. Se ti lascerai andare sarai ancora più profumato, ti sentirai amato e apprezzato ancora di più…e per di più proverai l’infinita gioia di amare e gioirai a tua volta sempre di più. Non è ciò che desideri?”

Nulla! Da quel dialogo unilaterale, non ricavai assolutamente nulla.
Aveva sofferto molto in passato, immaginai, le brezze più rigide dovevano averlo piegato e avergli spezzato i suoi piccoli ramoscelli odorosi, poverino, facendogli perdere molte foglie, arrecandogli tanta sofferenza e lasciandolo un po’ intorpidito tanto da dargli la convinzione di dover aspettare ancora per riprendersi del tutto. 

Il cambiamento 
Così restò convinto di rimaner dov’era, avrebbe comportato minor dispendio di energie e minori sofferenze. Un cambiamento in fondo, sarebbe stato troppo per lui così abituato a stare sulle sue in un mondo che in qualche modo si era costruito a totale protezione dalle intemperie e da un ambiente esterno rigido e spesso cattivo.

La pazienza 
Ma la cosa strana era che gradiva le mie visite, come fossero portatrici di un messaggio di novità e di pace interiore dal quale si sentiva attratto, ma per il quale forse non era ancora pronto.
Capii anche che avrebbe continuato a gradire le mie attenzioni ma solo ed esclusivamente nel modo in cui gliele avevo fino a quel momento fornite e in nessun altro, e in nessuna maniera l’avrei mai spostato da lì e dalle sue convinzioni, fintanto che non avesse deciso autonomamente se e quando farlo.

Quanto tempo sarebbe dovuto trascorrere prima che quel fiore tenero e stupendo si fosse sentito pronto non mi era purtroppo dato saperlo. Dovevo avere solo pazienza. Quanta pazienza? Tanta, tantissima, forse infinita.

La libertà 
Riflettendo su queste cose, mi venne istintivamente un moto di tristezza interiore e cominciai a pensare di lasciarlo per sempre lì dov’era, anche se per me quel fiore era una sorta di ossigeno senza il quale non potevo stare.

Quando ero assente per un po’ e poi ritornavo lì, era perché proprio non riuscivo a farne a meno, ne avevo bisogno e per lui era come il primo giorno. Si, all’inizio si stupiva un po’ della mia assenza, ma poi reagiva ogni volta in modo positivo, senza rimpianti ed era sempre molto contento di rivedermi. E questo riempiva di gioia anche a me.

Il coraggio 
Non sapevo proprio più cosa fare. Amavo qualcosa che non voleva venirmi incontro in nessun modo. Quel fiore era contento così e sembrava addirittura fosse pronto a vivere il resto della sua vita continuando in quel modo: io da lui, lui in attesa di me. 

Mi arrovellai alla ricerca di una soluzione che gli potesse concedere il bene di cui aveva bisogno per vivere meglio e di cui si privava solo per quelle che a me sembravano nient’altro che sue convinzioni limitanti.

Poi un giorno capii una cosa molto importante e della quale non mi ero ancora avveduto. 
Compresi che stavo imponendogli un cambiamento, e qualunque esso fosse, non sarebbe stato altro che un mio desiderio egoistico, un’azione forzata e per lui indesiderata.
“Ma io voglio farlo stare meglio!”, pensavo! Ma era solo il mio volere, e, triste a dirsi, non aveva importanza anche se mi sembrava di volere solo il suo bene, perciò avrei dovuto smetterla di cercare di cambiarlo.

Così mi feci questa domanda: “Ce l’avresti il coraggio di rispettare quel fiore fino in fondo, anche se ha deciso di non crescere e di privarti della possibilità di influenzargli la vita nel bene o nel male che sia?” 
Ma in quel momento mi risposi che quel coraggio in fondo io non l’avevo proprio e che per me continuare in quel modo era troppo.


I numeri 
Così mi ritirai piano e anche se mi dispiaceva da morire, cominciai a pensare un po’ più a me e meno a lui.
Fargli visita richiedeva per me uno sforzo grande ogni volta, ma non ci avevo ancora mai fatto caso, preso com’ero nel vortice d’amore che provavo per lui. 
Da quel momento cominciai a far caso anche a tante altre cose che avevo semplicemente trascurato per dedicarmi a lui. Notai mio malgrado che l’impegno, il tempo da liberare, le distanze da percorrere e l'energia che quel fiore assorbiva, erano fatti di numeri rilevanti. 

Soffrivo a notare e a quantificare certe cose, il tempo, quel desiderio fisso di averlo con me, quello di chiamarlo, di cercarlo, di dargli amore e di sognarlo ogni giorno. Soprattutto mi faceva male realizzare che a tutte queste cose non corrispondeva in risposta un solo passo verso il mio desiderio di farlo crescere perché non capivo ancora quel suo modo di essere.

Perso in queste riflessioni, mi ritrovai come un pazzo a sognare e a sperare di condividere realmente i miei pensieri con lui, rendendolo partecipe di un dialogo e di una condivisione di vedute a dir poco assurda e realizzai ben presto di dover capire tutto da solo come comportarmi.

Arrivai così a meditare sulle infinite bellezze che vivevo in sua compagnia e a pensare: “Che cosa gretta! Che cosa materiale ridurre l’amore versato liberamente a una mera manciata di numeri!”

E anche se a ben guardare, quei numeri forse avrei dovuto leggerli e interpretarli bene per una semplice legge di conservazione dell’energia, in realtà non ne fui capace. Gettai tanti fogli all’aria e pensai che una manifestazione d’amore, per chiunque sia, è pur sempre fatta d’amore ed è qualcosa di infinitamente più grande ed importante di tanti poveri calcoli dispersi sopra un foglio. 

La verità 
Lì per lì mi vennero in mente addirittura le parole di San Paolo sull’amore: “L'amore è paziente, è benigno; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine."

Mi rimase impressa la frase “si compiace della verità.”
Già, ma qual era la verità?
La verità era che mi mancava terribilmente quando non c’era, semplicemente perché avevo bisogno di amarlo. 

Il gesto 
Così, quando ero ormai proprio sul punto di sentirmi vinto, quando proprio stavo pensando di abbandonarlo per sempre a se stesso e alla sua vita e di cedere alla sua volontà ritirandomi di buon grado in disparte, ecco invece che l’amore incondizionato per lui mi spinse a fare un gesto importante, forse il più importante e che neanche io stesso mi sarei mai aspettato di fare: rispettare la sua volontà, qualunque fosse, anche se a me non piaceva. 

Pensai che l’amore non può finire e che il comportamento di quel fiore stupendo, per quanto misterioso ai miei occhi increduli, aveva di sicuro le sue origini nelle vere e più intime ragioni di un cuore dolce e delicato di cui madre natura l’aveva dotato e che probabilmente avrei capito solo col tempo.

Così decisi. 
Decisi con tutto l’amore che potevo e che avevo per lui di lasciarlo libero, completamente e definitivamente libero di essere quello che voleva senza alcuna costrizione, ne’ condizionamento da parte mia. 

Fu solo allora che il mio amore per lui si completò e divenne autentico. 
Un vero amore non avrebbe potuto essere così sincero diversamente, ed è solo così che in realtà avrei voluto e potuto amare per sempre quel fiore.

“Ti voglio libero, sereno e pieno di vita!”, pensai. “Voglio apprezzarti così come sei, vero, bellissimo e sciolto da qualsiasi vincolo che potrebbe intaccare la tua felicità. Libero di decidere cosa fare della tua vita se e solo quando senti il momento di farlo, mai un attimo prima, mai un attimo dopo!”

Scelsi così la cosa più importante è più difficile, il coraggio di amarlo per come era, libero, continuando a mostrandogli il mio amore fin quando me lo avesse concesso. 

Solo in tal modo forse, avrei potuto comprendere quel mistero più grande: le ragioni del suo essere libero e ciò che custodiva gelosamente nel cuore, che divennero da quel momento in poi ragioni di vita anche mie.