giovedì 4 maggio 2023

Quando Ti Relazioni

Gli esseri umani sono l'unica specie (per quanto ne sappiamo, almeno) ad avere una relazione con se stessi, ma soprattutto sono l'unica specie ad avere una relazione con se stessi attraverso gli altri. 
Ovvero: la nostra percezione di cosa pensa chi ci circonda ha un'influenza notevole sul modo in cui vediamo noi stessi.

Qual'è la ragione che ci spinge a scegliere compagni o amici? 
La risposta è semplice: il senso di familiarità, l'impressione di capirsi a un livello viscerale, di ritrovarsi in un altro essere umano e soprattutto di riuscire a cambiare la narrazione di noi stessi quando ci rendiamo conto che qualcuno ci vuole bene, ci accetta, ci approva e ci accoglie sempre e comunque, senza condizioni. E dunque anche noi possiamo concederci di fare lo stesso, è un meccanismo di sopravvivenza potentissimo.

Spesso le relazioni interpersonali più significative sono quelle in cui ci possiamo rispecchiare completamente, in quanto svolgono appieno la loro funzione basilare: mostrarci a noi stessi. Ce ne accorgiamo in particolare quando viviamo un rapporto travolgente e tormentato, per esempio, ma vale per ogni tipo di relazione, perché tutti i problemi che vanno oltre la pura e semplice sopravvivenza ruotano intorno al cardine di come ci relazioniamo con le altre persone, e quindi come ci relazioniamo con noi stessi.

In genere, le relazioni più felici sono quelle in cui adottiamo la narrazione dell'altro, o meglio, la nostra visione di ciò che pensiamo che pensino di noi (un po' contorto, lo so).
Ci sentiamo amati quando ci sentiamo compresi, quando riteniamo che i pensieri dell'altro siano in linea con ciò che abbiamo bisogno di sentire e credere, quando qualcuno esprime la sua stima nei nostri confronti attraverso i gesti e le dimostrazioni d'affetto.

Per questo non riusciamo ad acconterntarci dell'approvazione del primo che passa, ma abbiamo bisogno di riceverla da determinate persone a cui abbiamo attribuito questo potere. Persone con cui abbiamo già stabilito una connessione fisica o psicologica.
Persone che abbiamo scelto come partner, come nostri simili, come anime affini.

Ed ecco la ragione per cui "impara ad amare te stesso prima di amare gli altri" è il consiglio più diffuso, più incomprensibile, eppure più valido che ci sia in circolazione. Non significa semplicemente guardarsi allo specchio e dire: "Dio, quanto mi amo", ma essere abbastanza stabile sulle proprie gambe da non doversi aggrappare a o alla percezione di ciò che pensano gli altri.

Questo è anche il motivo per cui certe persone e situazioni sono in grado di ferirci tanto profondamente: perché ci identifichiamo con loro. L'odio per gli altri è odio per noi stessi. Non ci dobbiamo stupire se, quando finisce un amore, il cuore ci va in mille pezzi. Non è possibile perdere una persona, ma è possibile perdere l'idea che c'eravamo fatti di noi stessi. 

Noi ci vediamo solo attraverso gli occhi degi altri, nel bene e nel male: dunque, se sentiamo che i loro occhi si spostano su un'altra persona, perdiamo identità e stabilità.

La realizzazione più liberatoria a cui si possa arrivare è forse che siamo particelle di un'unica, grande energia luminosa e ci riflettiamo gli uni negli altri per scoprire e capire nuove parti di noi, ma noi stessi siamo fonti di luce, e ogni volta che ci relazioniamo con un'altra persona ci relazioniamo con noi stessi; ogni persona che ti fa sentire "a casa" quando la vedi, in realtà riaccoglie te stesso. 

Questa è la meta di ogni viaggio: fare ritorno a se stessi. Prima lo si capisce, meno ci si affannerà a cercare negli altri qualcosa che non si può trovare. Se si deve colmare un vuoto interiore, è inutile cercare di incastrarci dentro un'altra persona e aspettarsi che combaci perfettamente. Prima lo si capisce, prima si sarà capaci di non lasciarsi influenzare negativamente dal comportamento degli altri: il proprio umore, la propria visione del mondo non dipendono da loro.

Non dipendiamo da nessuno. 
Le relazioni umane non esistono per renderci felici, ma per renderci consapevoli. Quando comprendiamo che è tutto nelle nostre mani, la vita diventa improvvisamente più semplice.

mercoledì 3 maggio 2023

Mais Vincente

C'era un contadino che coltivava mais di ottima qualità. 
Ogni anno vinceva il premio per il miglior mais coltivato.
Un anno un giornalista lo intervistò e imparò qualcosa di interessante su come lo coltivava.
Il giornalista scoprì che il contadino condivideva i semi del suo mais con i suoi vicini.

“Come puoi permetterti di condividere i tuoi semi di mais migliori con i tuoi vicini, quando ogni anno entrano in competizione con il tuo mais?”_ chiese il giornalista.
“Perché, signore”_ disse il contadino _”non lo sa? Il vento raccoglie il polline dal mais in maturazione e lo fa roteare da un campo all’altro. Se i miei vicini coltivano mais inferiore, l’impollinazione incrociata degraderà costantemente la qualità del mio mais. Se voglio coltivare del buon mais, devo aiutare i miei vicini a coltivare del buon mais.”

Così è, credo, con le nostre vite.
Chi vuole vivere bene e in modo significativo dovrebbe contribuire ad arricchire la vita degli altri, perché forse il valore di una vita si misura in base alle vite che tocca.
E chi sceglie di essere sereno forse dovrebbe aiutare gli altri a trovare serenità, perché il benessere di ciascuno è legato al benessere di tutti.

Si potrebbe chiamare potere della collettività, o principio del successo oppure legge della vita, ma il fatto è che nessuno, credo, vinca veramente, finché non si vince tutti. 

martedì 2 maggio 2023

Si Può Inseguire la Felicità?

Alan Watts, un filosofo del secolo scorso, diceva che il desiderio di sicurezza e la sensazione di insicurezza sono due facce della stessa medaglia. 
In parole povere è come dire che trattenere il respiro significa rimanere senza fiato, o, venendo al tema del post, che desiderare l'appagamento significa non possederlo e se desidero la felicità significa che non la ho. 

Però essere felici in effetti non è qualcosa che si può trovare in un cassetto o in qualche altro posto, perché non è un oggetto, forse è qualcosa che "si diventa".

È banale, ma in realtà a mio avviso spiega un po' l'insensatezza che si cela dietro alla famosa "ricerca della felicità". 
L'idea che le persone siano destinate a una felicità ininterrotta è a dirla tutta, squisitamente moderna, un po' americana e per lo più distruttiva.

A guardarlo bene, il desiderio di vivere per sempre felici e contenti è il vero motore del consumismo, nonché la nostra più grande consolazione al pensiero della morte, e ci fa andare avanti a braccetto con la paura esistenziale della fine e della sofferenza ed è forse la ragione del modo in cui abbiamo plasmato e strutturato la società contemporanea. 
La frustrazione collettiva sembra essere infatti il principale motore delle persone e la ricerca della felicità non si può e non si deve mai fermare.

In effetti, inseguire la felicità nel senso più diffuso del termine, significherebbe essere tenuti in vita unicamente da momenti "positivi", anziché cercare di innalzare uno standard di felicità di base individuale legato a una maggior consapevolezza e a un'armonia interiore. Ma motivarsi con la speranza di raggiungere un benessere continuativo non è solo un atteggiamento tossico, bensì è una missione impossibile.

Per essere felici, bisognerebbe smettere di sforzarsi di esserlo. 

La felicità non è purtroppo una cosa da prendere, ma una conseguenza naturale di altre azioni: arriva quando ci si mette alla prova, quando si fa qualcosa di significativo, di bello, di importante e denso di significato, che spesso comporta un impegno, una responsabilità e a volte anche sofferenza e dolore. 

È molto più saggio spesso trascorrere la propria vita ad approfondire le proprie conoscenze o ad affinare il proprio modo di pensare, per accrescere di volta in volta la propria consapevolezza, anziché rincorrere transitori momenti di euforia. 
È molto più saggio abbracciare il malessere che accompagna i grandi cambiamenti e le trasformazioni profonde. 
È molto più saggio a volte buttare la bilancia dalla finestra invece che usarla per raggiungere un equilibrio malato e utopico. 
È molto più saggio lanciarsi in imprese difficili che fanno sentire vulnerabili e spaventati, anziché evitarle perché si preferisce il conforto effimero di ciò che già si conosce.

Perché una cosa è certa: fuggire dalla sofferenza equivale a fuggire dalla felicità. Sono due forze opposte con la medesima
funzione. Se si cerca di anestetizzarsi al dolore, si finirà per non sentire più niente. Si finirà per correre dietro all'illusione di una felicità vuota che non può riempire il cuore, e rimarrà solo l'ombra della persona che si era destinati a diventare.

lunedì 1 maggio 2023

E Resta il Grano

E' di quel vento leggero che soffia sul grano
Che tieni chiuso nel petto lo stesso suono
Che scompiglia le nuvole che hai nel cuore
E rovescia le carte e fa troppo rumore

E' dalla linea di sole da sotto alla porta
Che prende forma la luce che avevi sepolta
Che si divora le ombre per farle morire
Ricominci da capo e cominci a sentire

E resta il grano a dondolare
Che l'uragano è finito e ora puoi riposare
E resta il grano a dondolare
Che l'uragano è finito e ora puoi riposare

E' quando tutto si tace a battaglia finita
Che riconosci che è oro ogni ferita
E ti sorprendi nell'atto di benedire
Tutto il dolore e la forza di farlo fiorire

E resta il grano a dondolare
Che l'uragano è finito e ora puoi riposare
E resta il grano a dondolare
Che l'uragano è finito e ora puoi respirare
Erica Boschiero
https://youtu.be/MjukbkrpkIU

Il Nutrimento dell'Amore

Se la musica è il nutrimento dell'amore, bisogna continuare a suonare.
William Shakespeare

domenica 30 aprile 2023

Quello che Rimane Dentro

"Allora non lo sapevo, ma, quando priviamo i figli delle loro sofferenze, li menomiamo. Insegniamo loro che le emozioni sono sbagliateo spaventose. 
Ma una sensazione è solo una
sensazione, non è giusta o sbagliata. È semplicemente la mia sensazione, oppure la tua, la vostra, insomma di chi la prova. 

È preferibile non usare la logica per cambiare i sentimenti altrui, o tentare di tirar su il morale a chi è triste. È meglio permettergli di avere le sue sensazioni e tenergli compagnia, magari dicendogli: «Raccontami qualcosa di più». 

Prova a resistere alla tentazione di dire quello che ripetevo ai miei figli quando erano turbati perché qualcuno li aveva presi in giro o li aveva esclusi: «So quello che provi». È una bugia. Non si può mai sapere quello che prova un altro. Non sta
accadendo a te. Per essere empatici e d'aiuto, occorre non affrontare la vita interiore altrui come se fosse la tua. È solo un altro modo di derubare gli altri della loro esperienza, tenendoli bloccati.

Ricordo spesso ai miei pazienti che il contrario di depressione è espressione.
Non è quello che esce da te che ti fa stare male, ma quello che rimane dentro.
Di recente parlavo con un uomo, una bella persona, che assiste bambini in strutture di adozione, aiutandoli a superare la perdita di sicurezza e di protezione o l'assenza della famiglia. Gli chiesi cosa motivasse il suo lavoro, e lui mi raccontò una conversazione che aveva avuto con suo padre malato, poco prima che morisse di cancro. Gli aveva domandato: «Perché pensi di avere il cancro?» E suo padre aveva risposto: «Perché non ho mai imparato a piangere».

Certo, sono molti i fattori che contribuiscono al potenziale di ciascuno in salute e malattia, e arrechiamo grandi danni a noi stessi quando crediamo di avere colpa per le nostre malattie o ferite. Ma posso dire con certezza che se non permettiamo a noi stessi di esprimere o di provare certe emozioni, esse rimangono
come imbottigliate, e quello che teniamo dentro di noi influsce sulla chimica del nostro corpo e trova espressione nelle nostre cellule e circuiti neurali."

Edith Eva Eger 
Psicoterapeuta sopravvissuta ai campi di sterminio, oggi scrive e pratica per incoraggiare a modificare pensieri e comportamenti autodistruttivi di quando si è colpiti da un dolore. Anche lei afferma che non è ciò che succede nella vita a contare di più, quanto piuttosto come lo si affronta. 

sabato 29 aprile 2023

La Leggenda dei Sentimenti

Narra la leggenda dei sentimenti che milioni di anni fa, in un posto indefinito sulla Terra, si riunirono le varie virtù e i vizi degli umani.

La noia, perennemente stufa, cominciò a sbadigliare e ad attaccare la sua pigrizia a tutti gli altri. Per evitarla, la follia propose a tutti un gioco divertente. “Giochiamo a nascondino”, disse.
L’intrigo si interessò subito alla proposta mentre la curiosità domandò: “Come si gioca a nascondino?”.
La saggezza spiegò che si trattava di un vecchio intrattenimento, bisognava coprirsi il volto e contare fino a un milione mentre gli altri si nascondevano. 
Al termine della conta, lo scopo era scovare tutti.
Subito l’entusiasmo e l’euforia iniziarono a saltare. Amavano l’idea del gioco. La loro felicità era tale che persino il dubbio decise di partecipare.
Si unì anche l’apatia, che di solito se ne stava in disparte.

Così il gioco ebbe inizio, e con esso l’origine dei sentimenti.


La follia, sempre più esaltata, si offrì di essere la prima a contare.
E così iniziò: “Uno, due tre…”. 
La verità decise di non partecipare, perché non ne vedeva il senso: tanto l’avrebbero trovata comunque.
La superbia disse che il gioco era stupido e che non voleva partecipare.
L’aveva infastidita il fatto che fosse stata la follia a lanciare l’idea, e non lei.
La pigrizia iniziò a correre per nascondersi, ma si stancò subito. Si nascose quindi dietro alla prima roccia che vide. 
Il trionfo, diligente come sempre, scelse l’albero più alto e vi si arrampicò per nascondersi tra le sue fronde. 
Dietro di lui veniva l’invidia, che approfittò della grande ombra del trionfo per nascondersi sotto di lui.
Nel frattempo, la fede spiccò il volo davanti allo stupore di tutti, andando a nascondersi tra le nuvole. Nessuno poteva crederci, soltanto lei poteva essere capace di una simile cosa.
La generosità, dal canto suo, era preoccupata per quelli che non trovavano un nascondiglio. Si mise dunque ad aiutare gli altri, e per poco non fece in tempo a nascondersi.
L’egoismo, al contrario, trovò il nascondiglio perfetto in una caverna e richiuse l’entrata con degli arbusti, così che nessuno potesse entrarvi.


La follia era emozionata. Continuò a contare fino ad arrivare a un milione. Dopodiché, si scoprì il volto e iniziò a cercare i suoi amici.

 
La prima a essere scovata fu la pigrizia, che si trovava a due passi.
Poi trovò la passione e il desiderio, che si erano nascosti in fondo a un vulcano.
In seguito trovò la menzogna, talmente bugiarda che le aveva fatto credere di essersi nascosta in acqua, in realtà si trovava nel centro di un arcobaleno.
La follia era sulle tracce della dimenticanza, ma dimenticò dove conduceva quella pista e decise di lasciarla per dopo.

Amore era l’unico che non era riuscito a nascondersi. Quando vide la follia avvicinarsi, si nascose frettolosamente dietro a degli arbusti. La follia, che non era stupida, si disse: “L’amore è così banale che si sarà nascosto sicuramente fra gli arbusti e le rose”. Poiché le rose hanno le spine, la follia si armò di cesoia e iniziò a tagliarle via. 

D’improvviso si sentì un urlo di dolore: la follia aveva ferito l’amore agli occhi.
Rammaricata per quanto successo, alla follia non venne altro in mente se non mettersi in ginocchio e chiedergli perdono. 

Poiché gli aveva danneggiato la vista, si offrì di fargli da guida da quel momento in poi. Da allora, l’amore è cieco e la follia lo accompagna.

Così finisce la bellissima leggenda, dei sentimenti, che traccia un piccolo quadro divertente di esperienze emotive nelle quali in definitiva tutti in qualche modo prima o poi ci identifichiamo.