martedì 12 settembre 2023

Il Domani è un Riflesso del Tuo Oggi

O amato viaggiatore del tempo eterno, il tuo domani fu già scritto, in un tempo remoto.
Ma non temere, poiché il tuo cammino è nelle tue mani, stai scegliendo ora, in questo istante.

Il tuo domani è il riflesso della 
tua presenza di oggi, della tua centratura.

Le tue azioni, le tue scelte, i tuoi pensieri, come il sole che risplende nel cielo, sono uno specchio della direzione che la tua anima prenderà.

La tua attenzione determina la tua direzione.

Poni l'attenzione sul cuore, o anima coraggiosa, eleva la coscienza verso altezze incommensurabili.
Come le radici di un albero che si snodano nella terra, sedimenta la saggezza nel tuo cuore, la tua dimora eterna.

Nel cuore risiede la forza del tuo essere, la connessione profonda con l'essenza dell'universo.
Ascolta il richiamo dell'anima, la voce interiore, che ti guida verso la tua destinazione finale.

E la nostra destinazione finale
è sempre il qui e ora. 
Questo istante.
L'adesso senza tempo.

Non lasciare che la paura o l'incertezza ti ostacolino, sii il capitano della tua nave, il condottiero del tuo destino.

Con coraggio e determinazione, 
affronta le sfide, e scoprirai il vero potere che risiede dentro di te.

Il tuo domani è come un telaio di meraviglia, intessuto con i fili della tua presenza e consapevolezza, fili che puoi solo intrecciare adesso.

Sii conscio delle tue scelte, dei tuoi pensieri e delle tue azioni, e vedrai il tuo domani fiorire in splendore e grandezza.

Un fiore che seminerai ora e adesso.

Abbraccia il tuo potere, sii il maestro del tuo destino, il custode del tuo cuore.
Il tuo domani attende ed è pronto ad accoglierti, e tu, con la tua presenza, lo trasformerai in un capolavoro senza tempo.

lunedì 21 agosto 2023

Ottimizzare il Tempo è un'Illusione

Pensieri, ansie, paure e desideri sono solo alcuni dei rumori che risuonano costanti nella mente. 
È un continuum di parole e immagini che arrivano a occupare tutto lo spazio disponibile, fino a saturarlo.
Quelle immagini diventano i pensieri. 
È come il sottofondo di una radio interna che trasmette senza pause, Radio NST - Non-Stop Thinking.
II silenzio è il suo opposto. 
Nello scarto tra rumore e silenzio c'è la pratica della meditazione. 
Non basta infatti spegnere la radio,
chiudersi in una stanza e spegnere la luce per creare una condizione di silenzio. Perché questo sia reale bisogna coltivare la pratica del silenzio, che poi corrisponde alla pratica della meditazione, quotidiana, che porta consapevolezza.
Si è imprigionati nel passato, che torna sotto forma di ricordi o di rimpianti nella mente o nel futuro, nell'ipotesi di ciò che potrebbe essere. Cosi si evita il presente, ed esso sfugge. 
La pratica del silenzio invece è focalizzare le proprie energie solo sul presente. Si comincia dal respiro, unico potente uncino in grado di riportare l'attenzione nel momento, nel qui e ora. 
Si prosegue una cosa alla volta, ad esempio si cucina osservando cosa si sta preparando o si ascolta musica.
Troppe volte ci si perde nel tentativo di fare più cose contemporaneamente e così si parla al telefono mentre tagliano le verdure o su legge un libro con la televisione accesa.
Ottimizzare il tempo dà solo l'illusione di un risparmio.
È solo con la consapevolezza che viene dall'ascolto del silenzio che possiamo essere più attenti e partecipi al momento presente.

Cosi come si impara a respirare con la meditazione, allo stesso modo si impara ad ascoltare il silenzio. Può volerci del tempo, ma con l'abitudine si riesce a controllare la zona di silenzio difendendola dai rumori esterni.
Allinizio infatti si sentono solo rumori, interferenze che riportano la mente altrove. Poi, piano piano, i rumori si allontanano, e si crea uno spazio interno, solo apparentemente vuoto.

Quello spazio di silenzio è prezioso e va coltivato con cura perché li si manifesta la vera essenza dell'uomo e la libertà di essere. Non solo, trovare e ritrovarsi in quello spazio è l'unica forma di cura
efticace verso se stessi e verso la comunità.
La conquista del silenzio garantisce una maggiore consapevolezza e tutto intorno cambierà forma e sostanza. Sarà la consapevolezza a guidare le azioni e non i pensieri, sarà il desiderio di tornare al
qui e ora che permetterà di scegliere dove stare, cosa fare, a chi dedicare il proprio tempo.
Si smette di perdere tempo, perché si sarà raggiunto un ascolto attivo.

Il silenzio infatti non è un vuoto, come si potrebbe pensare, è piuttosto assenza di suono come avviene nella musica tra una
nota e un'altra. Quella pausa è essa stessa musica ed è da li che, sedate le interferenze, si riesce a sentire il richiamo profondo di sé stessi dove risuona la voce del desiderio più profondo.
Solo allora si potrà raggiungere la consapevolezza. 

La consapevolezza ritrovata guida le azioni e si potrà cominciare a vivere la vita in maniera più autentica e profonda.

Tich Nath Hanh 
(da: Il Dono del Silenzio) 

mercoledì 16 agosto 2023

A Cosa Serve un Cuore Grande

Era spietato, senza scrupoli e senza pietà, e cercare, scovare, imprigionare e uccidere era il suo mestiere.
Il suo nome era Saul, ma per il mondo è e resterà San Paolo e io mi chiedo come possa un uomo così crudele arrivare a scrivere qualcosa di così puro e in antitesi col suo trascorso se non attraverso una trasformazione del cuore!
È di quella parte di testo trascendente, semplice e prezioso contenuto nella sua lettera ai Corinzi, che sto parlando.

Potrebbe sembrare banale ad una prima lettura, ma è invece toccante, profondo, variopinto, leggero e intenso allo stesso tempo come il volo di una farfalla (è qui:  https://bit.ly/3l4nYJp).
In esso l'amore puro, semplice e senza interessi, né aspettative, al quale tendiamo innatamente e che tutti, se non ne abbiamo già avuto la fortuna, vorremmo sperimentare almeno una volta nella vita.

Ma allora mi chiedo anche: quanto grande può arrivare ad essere un cuore? È qualcosa che si può sviluppare? Da che cosa dipende? 

Ovviamente una risposta pronta non ce l'ho, ma nella pagina di un antico testo di Thich Nhat Hanh, un monaco vietnamita scomparso lo scorso gennaio, ho trovato questa semplice storia che parla di sofferenza e che mi è sembrato calzasse a pennello.

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Affrontare la Sofferenza 
Un giorno il giovane novizio Rahula, chiese al Buddha come affrontare la sofferenza nella sua vita, e ricevette questa risposta:

“Supponi di avere una tazza di acqua pura; se hai una manciata di sale e la versi nell’acqua mescolandola, non la puoi più bere, perché è troppo salata. Ma se prendi la stessa quantità di sale e la versi in un fiume, vedrai che il fiume è così ampio che non sarà contaminato e tutti potremo continuare a bere l’acqua del fiume. Il fiume è vastissimo, perciò ha la capacità di ricevere, di accogliere e trasformare.

Così se i nostri cuori sono grandi e vasti, potremo fare la stessa cosa. Noi soffriamo in realtà perché i nostri cuori sono ancora piccoli: vuol dire che la nostra comprensione e la nostra compassione sono ancora troppo limitate”.

Poi gli disse ancora: 

“Pratica l’essere come la terra. Perché non importa cosa ci si possa versare sopra, latte, crema, fiori, profumo o urina ed escrementi, la terra non discriminerà. Riceverà ogni cosa e non soffrirà. Perché la terra è grande e può trasformare tutte queste cose in fiori ed erba verde. Così sia la tua pratica, allo scopo di essere come la terra”.

Chi ha un cuore grande potrà anche abbracciare negatività, mancanze e forse anche insulti nei suoi riguardi perché sarà in grado di ricevere tutto e trasformarlo in cose buone e rigogliose. È questa la forza più grande e ad ognuno è dato il modo di scoprire come generarla e rigenerarla in sé.

Poi San Paolo aggiunge un giorno:

 
"L' amore è benigno", cioè generoso. È una fase costruttiva che va alla ricerca del bene altrui.
E ancora: "Non è invidioso, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. L'amore non avrà mai fine."

Sarebbe davvero perfetto viverlo così, se non esistessero quei momenti in cui arriva il tarlo delle attese, quello del cercare un piccolo o grande torna conto personale, quello di notare mancanze piuttosto che doni e si ricade. È lì che nonostante tutto si riaffaccia la trappola della sofferenza, ed è un’insidia sottile a cui a volte è difficile resistere.

Credo che ognuno, se non c'è già riuscito, debba fare il suo personalissimo percorso per scoprire come coltivare il proprio cuore e in mezzo ovviamente ci sono anch'io, che ogni volta che cado, mi riscopro a volerne uno più grande, molto ma molto più grande! 

domenica 6 agosto 2023

Laszlo e le Palline nella Pozzanghera

Un tubicino esagonale di plastica trasparente, con dentro un altro tubicino di plastica pieno di un liquido pastoso colorato, nero o di un altro colore. All’estremità di questo è infilato un piccolo cono di ottone sul cui apice è incastonata una piccolissima sferetta di metallo che, fatta scorrere su un foglio di carta, lascia una traccia che non macchia, perché si asciuga subito. 

È la Bic, un oggetto da 50 centesimi, pari a un mezzo caffè, a una sigaretta o al terzo di un biglietto d'autobus, ma per raggiungere questa forma quasi perfetta ci sono voluti venti anni di lavoro, vari fallimenti commerciali, procedimenti legali, sofferenze e dispiaceri vari.

Prima che la famosa penna biro arrivasse sul mercato, per scrivere c’erano solo i pennini e le stilografiche, oltre naturalmente alla macchina coi tasti.

La sua invenzione si deve all'idea geniale di Lásló József Bíró, un giornalista argentino-ungherese che un giorno osservando un gruppo di ragazzini giocare a biglie in una pozzanghera, notó che le sfere, quando uscivano dall’acqua, lasciavano al suolo una striscia umida e regolare.

Per il suo lavoro, Bíró aveva bisogno di scrivere velocemente e senza interruzioni, mentre l’uso della stilografica richiedeva continue ricariche d’inchiostro e un’attenzione particolare alle frequenti macchie. 

A partire dalla sua osservazione, Bíró cominció a farsi un sacco di domande: 

- E invece che di vetro le sfere fossero di acciaio? 
- E se si sfruttasse questo modo singolare di lasciare tracce? 
- E se invece dell'acqua fosse inchiostro? 

Sviluppò così una piccola sfera d’acciaio da inserire all’estremità di un tubetto pieno di un liquido scuro, in modo che ruotando, la sfera trasferisse il colore su di un foglio di carta. Nasceva la prima biro sperimentale. 

Lásló Bíró, aveva avuto una grande idea, ma non aveva soldi a sufficienza per trasformarla in qualcosa di concreto e duraturo e soprattutto per divulgare la sua idea al mondo. 
Cominció così a spargere la voce e a cercare qualcuno che gli fornisse i mezzi. I tempi erano duri, ma dopo innumerevoli peripezie nel periodo a ridosso della Grande Guerra, inontrò il barone italo-francese Marcel Bich, nato a Torino nel 1914, che fiutò al volo l'affare, mettendosi immediatamente al lavoro. 

L’invenzione della penna a sfera, fu così brevettata nel 1938 e diffusa a livello internazionale da Bich, che ne perfezionò il processo produttivo, abbattendo i costi stimati da Biró del 90%. 

Dopo due anni di lavoro Bich lanciò così il suo modello: la Bic Cristal. 
Le innovazioni da lui introdotte furono piccole, ma decisive: l’involucro era di plastica trasparente così da consentire di scorgere il livello dell’inchiostro nel tubicino; il contenitore non era più tondo ma esagonale, cosa importantissima poiché non rotolava più giù dai banchi di scuola inclinati; un piccolo forellino rendeva la pressione atmosferica interna ed esterna identica, così da non bloccare la discesa dell’inchiostro; la pasta inchiostro divenne quasi perfetta; la punta e la pallina furono realizzati con sofisticati strumenti di precisione con tolleranze inferiori a cinque millesimi di millimetro. 

Negli anni successivi i miglioramenti di questo piccolo oggetto furono numerosi in tutti i suoi tre aspetti principali: meccanica, inchiostro e materiali. Da tutto il mondo arrivarono richieste per migliorare e velocizzare il modo di scrivere, tanto da rendere la bic così solida e affidabile che ancora ai giorni nostri non riusciamo a fare a meno di usarla. 

Sembra impossibile che la comune penna a sfera, quella che spesso non abbiamo degnato neanche di considerazione quando la prendevamo in mano per una firma in un ufficio pubblico, abbia avuto un'elaborazione così lunga e complessa. 
Ma se si guardano anche altri semplici oggetti di uso quotidiano, si capisce come la tecnologia sia un processo a volte davvero lento e complicato e come dietro ogni storia di successo ci siano sempre uno o più incontri risolutori. 

domenica 16 luglio 2023

Quell' Angolo di Te

Guidami negli angoli di te dove non corri, 
dove hai paura di smarrirti,
tienimi per mano, 
e se ti fa sentire meno sola, 
portami in un passato di ferite, 
in quei timori 
che ad affrontarli in due sono di meno, 
portami in quelle cose chiuse 
che non c'era altra soluzione, 
in quei pugni rabbiosi, 
tra quelle braccia piene di dolore, 
in quegli sguardi in basso, 
dove alle volte va il coraggio, 
in quelle notti insonni 
di pensieri che diluviano incessanti, 
portami dentro, 
in quella tua bellezza 
che chiudendo gli occhi, 
possa trovarmi 
in qualche angolo di te che ti do luce, 
come una nuova alba 
dietro la tempesta.

mercoledì 5 luglio 2023

L'Anima Antica

Lascialo andare il pensiero del futuro, 
non sei qui per caso.
Il corpo è solo un abito 
che indossi per un po'
prima di abbandonarlo,
ma dietro c'è l'eterno.
Osserva e percepisci 
ciò che sei realmente, 
ed una fede senza nome
che non si può spiegare emerge in te. 
Chi sente questa fede, 
non cercherà parole,
ti riconoscerà da vibrazioni, 
dai battiti del cuore.
Ecco perché lasciare andare
il cruccio di quello che accadrà.
Lascia il futuro, 
mettilo a riposo.
Dimora nel presente.
Dietro il vestito
c'è abbondanza e amore, 
e gioia e pace. 
Dietro il vestito è
ciò di cui sei fatto, 
non devi andare
in nessun luogo per scoprirlo,
perché sta proprio lì, dove sei ora.

sabato 24 giugno 2023

Elogio alla Lentezza

C'è un'origine affascinante dietro la parola "lentezza": molti dizionari ravvisano un'origine comune fra questa e il verbo lenire. 
Lenire ha a che fare con la cura: si leniscono le ferite con un po' di cotone, si lenisce un dolore ascoltando una bella musica, delle labbra dischiuse in un bacio o un abbraccio possono infondere calma e lenire un'angoscia.

Lentezza è allora un insieme di calma e cura: anzi la calma come cura, il passo che rallenta e permette al cuore di ritrovare il suo battito, al polmone di tornare al suo respiro, al corpo di rispondere al male che ogni tanto fa il mondo.

William Henry Davies era un poeta vagabondo, forse non troppo noto, ma fonte di ispirazione per molti autori contemporanei. La sua vita passò con la valigia in mano attraverso un numero inimmaginabile di esperienze tra Regno Unito e Stati Uniti, compreso dormire per la strada, vivere in una palude e perdere una gamba. Non frequentò mai accademie, non si adeguó quasi a nessuna regola e visse e scrisse sempre ai margini della società.
Una delle sue poesie più famose si
intitola "Leisure", che tradotto in italiano potrebbe significare "Tempo libero", ma che forse, per senso e suono, sarebbe più corretto tradurre con "Lentezza". 
Eccola:

Che vita è questa se, sempre in pensiero, 
non cè mai tempo per fermarsi a guardare il mondo, per davvero? 
Non ce n'è per stare in piedi sotto i rami, come fan le pecore e le mucche, che stanno lì anche se le chiami.
Non ce n'è per camminare in mezzo ai boschi a cercare dove gli scoiattoli celano le noci, in quali posti.
Non ce n'è per accorgersi, nelle giornate più belle, di tutte quelle luci nei ruscelli, come fossero una notte piena di stelle. 
Non ce n'è per voltarci verso la bellezza a guardar con cura come muove i piedi la sua infinita danza
Non ce n'è per attendere finché la bocca chiuda il cerchio del sorriso che dagli occhi sboccia.
Davvero vita povera è la vita se, sempre in pensiero, non c'è mai tempo per fermarsi a guardare il mondo per davvero. 

Gli anni di Davies erano quelli in cui, nel mondo occidentale, stava nascendo qualcosa di veramente nuovo, stava sbocciando un concetto che prima non c'era mai stato: quello di tempo libero

Per l'uomo antico, a meno che non facesse parte di classi privilegiate, non esisteva nulla che si potesse chiamare così. In certe culture esisteva un giorno libero, ad esempio la domenica, ma era diverso: quello era "tempo sacro", destinato all'inattività per motivi religiosi più che per diritto.

Quando però si sviluppó la nuova società industriale metropolitana, quando nacquero professioni con ritmi nuovi e serrati di lavoro, qualcosa di inedito affiorò nelle giornate della gente. Qualcosa che prima apparteneva solo a chi, per nascita o per fortuna, non aveva l'obbligo di lavorare: il tempo da dedicare a sé, ai propri hobby e ai propri svaghi.

D'altro canto, oggi le attività quotidiane si intensificano, aumentano le occasioni di incontro con gli altri, l'agenda si riempie di impegni, commissioni, lavori e tutto diventa un fare
Questo genera una reazione opposta e inaspettata di fronte al tempo: si presenta in noi una sorta di horror vacui, di paura del vuoto, ed è per questo che l'apparente tempo libero viene molto spesso riempito di impegni, attività, pensieri. 
Il tempo si è sì liberato da attività, ma non è mai del tutto libero o svuotato di cose da fare.

I versi di Davies indagano proprio questa difficoltà odierna assai diffusa a relazionarsi con il tempo vuoto, che è l'unica cornice che ci permetterebbe di riacquisire un legame con l'infinita bellezza che ci vive intorno.

L'Istituto di Neuroscienza del CNR, dopo studi rigorosi, ha pubblicato un interessante saggio attraverso il quale si giunge alla conclusione che il nostro cervello non è programmato per la velocità cui è chiamato dagli attuali ritmi della nostra vita. Frenesia ed eccesso di attività sono per il cervello umano qualcosa, se non di innaturale, almeno di contrario alle impostazioni evolutive. 

La società però, evolve di gran lunga più rapidamente del cervello, e da qui nasce la sensazione costante di fatica e di  stanchezza che molti hanno a "stare al passo" con i tempi, che sembrano per giunta accelerare sempre più. 

Esistono tuttavia persone più refrattarie a questo imperativo di velocità: persone che non si adeguano, e che si ostinano ad andare lente, a far le cose piano, a metterci mezz' ora per fare quello che altri fanno in due minuti e mezzo. Ma sono lente solo per la massa, perché in realtà stanno solo rispettando più di noi i tempi dettati dal cervello.

Tutte queste persone devote alla dea lentezza risultano sempre in qualche nodo disturbanti per il resto della società e per questo finiscono spesso ai margini, considerate in qualche modo pericolose o votate al fallimento: come del resto accadde a Davies stesso. 

I giapponesi usano una parola: "michikusa", che definiscono in questo modo: è il vagabondare, il passeggiare senza meta. Qui c'è la via e l'erba, a significare quei germogli spontanei che spuntano sul ciglio delle strade. Significa perdere tempo e insieme guadagnare esperienze inaspettate.

Forse i lenti sono gli unici sani, noi quelli fuori di noi, gettati lontano dai nostri veri ritmi, e perciò spesso incapaci di cogliere davvero quello che è davanti, di sentire per intero il valore del tempo che ci è dato in prestito.

Forse è proprio cosi, forse la lentezza è un modo per allargare gli attimi in minuti che a noi normalmente sembrano secoli, per distenderli, per farci entrar più tempo. 

"Molti studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla", diceva Luciano De Crescenzo

Forse allargare la vita significa saperla prendere con lentezza, farcene star molta di più nello stesso spazio, prendere un attimo e farlo durare per vivere e apprezzare la bellezza così com'è lì tutt'intorno, smettendo di sprecare il tempo a fare solamente ciò che è utile.