Nel 1987 lo psicologo E. Tory Higgins la introdusse nella sua teoria della self-discrepancy, uno dei modelli più citati della psicologia del sé.
Secondo Higgins, dentro ognuno di noi convivono (almeno) due rappresentazioni: il "sé attuale", cioè chi siamo oggi, e il "sé ideale", cioè chi vorremmo essere.
Intendiamoci, avere un "sé ideale" (quello che nella formazione viene chiamato "la versione migliore di noi stessi") è un riferimento prezioso.
Il problema nasce quando la distanza tra queste nostre rappresentazioni interiori viene percepita come incolmabile.
In questo caso - come dimostrato da Higgins e colleghi - quel divario smette di motivarci e inizia ad alimentare in noi emozioni come delusione, insoddisfazione e scoraggiamento.
...e più alto è il piedistallo su cui mettiamo il nostro "sé ideale", più quelle emozioni ci privano della spinta per accorciare la distanza.
Il punto è che la nostra versione ideale non deve essere una bella statua immacolata da contemplare da lontano.
No, quell'Io Futuro deve essere piuttosto un costume, un costume in cui ci dobbiamo iniziare a calare oggi stesso, anche se al momento non ci calza alla perfezione.
Se sei in ferie, goditi le tue ferie senza sensi di colpa, ma non usare il "...da settembre" come ripostiglio dove spingere tutti i tuoi buoni propositi.
Ricorda: esiste solo questo momento presente e non arriverà mai il giorno in cui finalmente salirai anche tu su quel piedistallo lontano. È tempo di far scendere la tua versione ideale e iniziare il tuo cambiamento anche nell'imperfezione di un lunedì di metà agosto.
Andrea Giuliodori

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