Potrebbe essere il Tirreno, l'Adriatico, una costa greca, l'Atlantico. Cambierebbero il colore, la sabbia, la forza delle onde, il profilo dell'orizzonte, ma il gesto rimarrebbe quello.
Il mare ha qualcosa di archetipico. È una delle pochissime cose che posso guardare sapendo contemporaneamente che è qui, davanti ai miei piedi, e che continua immensamente oltre ciò che vedo.
Mi mette fisicamente davanti a qualcosa che non posso contenere con lo sguardo, e forse proprio per questo diventa uno spazio interiore. Davanti al mare finisco per guardare me stesso mentre guardo lui.
Poi c'è quel gesto ripetuto.
Non è mai fermo, eppure nello stesso tempo sembra sempre uguale.
Ogni onda è diversa e ogni onda ripete lo stesso movimento antichissimo.
È un paradosso meraviglioso: cambiamento continuo e permanenza.
Probabilmente parla a una parte profonda di me proprio perché anche la vita è così, nulla ritorna davvero identico, eppure continuo a riconoscermi dentro ciò che cambia.
E c'è un'altra cosa che trovo potentissima. Il mare accomuna ogni mare del pianeta senza più distanze.
Se guardo una strada, quella strada è di quel posto. Se guardo una montagna, quella appartiene a quel posto.
Ma se mi avvicino al mare, in qualunque posto, il luogo scompare e rimangono solo acqua, luce, suono e quel gesto antico. E la stessa grammatica esiste da qualsiasi altra parte del mondo.
Forse è per questo che un mare mai visto prima potrebbe provocare una nostalgia inspiegabile, perché non ricorderà necessariamente quel posto, ma tutti i mari che ho guardato, e forse anche tutte le persone e tutti i momenti che ho affidato a un mare.


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